Tra le tracce:”Scratch my back” di Peter Gabriel (di Ugo Buizza)

Laura Castelletti, 8 febbraio 2010 » mi piace, tra le tracce, video

La decisione da parte di un artista di incidere un album di cover è spesso legata ad una fase di stasi creativa, salvo album tributo fatti solo per  divertimento o per dovere contrattuale. Sono pochi gli artisti che hanno  lasciato un segno memorabile con tali incisioni. Posso ricordare l´album
Pin Ups di David Bowie nel lontanissimo 1973 dove però Bowie tributava la  musica che, negli anni ´60, aveva portato alla nascita del movimento glam che lo avrebbe visto protagonista in una delle sue tante trasformazioni  musicali. Potrei citare album raffazzonati buttati sul mercato dalle case
discografiche all´indomani del cambio di etichetta come l´orribile Dylan  uscito anch´esso nel 1973 e mai ripubblicato in cd. Ma, nel caso del nuovo
disco di Peter Gabriel “Scratch My Back” il discorso è radicalmente  diverso. Gabriel non è mai stato particolarmente prolifico e dal 1977 a  oggi ha pubblicato solo 7 albums oltre alle colonne sonore che però  meritano un discorso a parte (Birdy, Passion, Ovo e Long Walk Home) e 2  dischi live . Ma è sempre stato un attento innovatore aperto a nuove  sonorità. La sua casa di produzione, nella bellissima campagna di Bath, la  Real World, è sempre stata fucina di musiche da ogni parte del mondo. Non  si è quasi mai guardato indietro ed anche il capitolo Genesis lo ha  raramente riaperto considerandolo una bella esperienza “giovanile”. Gli  artisti crescono e quelli più intelligenti e creativi cercano di non  essere auto indulgenti . Peter Gabriel si è accorto in tempo che il Rock,  inteso come rivoluzione , è morto. Idee nuove sul tema non ce ne sono. Gli  anni ´60 e parte dei ´70 hanno lasciato testimonianze che ormai sono  storia. Il Rock è diventato la musica classica dei nostri giorni e chissà  quando vedremo nascere nuove fusioni di musiche a cui potremo dare un  nuovo nome che ci potrà accompagnare per i prossimi decenni come il Rock.  Ecco allora che senza essere calligrafico ci parla di se attraverso le  parole di altri in uno scambio che vorrebbe essere reciproco. L´idea è ,  infatti, che parte degli artisti che lui interpreta nel disco, potranno a  loro volta incidere un disco di cover dello stesso Gabriel. La scelta delle canzoni dimostra l´attenzione del Nostro alle poche novità  della nuova scena musicale , interpretando brani di alcuni fra i migliori  musicisti usciti negli ultimi anni: Magnetic Fields, Elbow, Radiohead, Bon Iver, Regina Spektor, Arcade Fire insieme a pezzi di Neil Young, David  Bowie, Paul Simon, Randy Newman, Talking Heads e Lou Reed. Il disco  prodotto dal suo vecchio amico produttore Bob Ezrin (produsse già nel ´77  il suo primo album solo) e da Tchad Blake (produttore tra gli altri di Tom  Waits e Suzanne Vega) con l´importante collaborazione del membro dei Durutti Column John Metcalfe che ha curato gli arrangiamenti orchestrali  quasi sinfonici che caratterizzano l´intero album. Non troverete quindi suoni rock nel disco. No chitarre, no batterie,  nessun segnale “rumoroso”, solo un tappeto di archi che rende il tutto  molto uniforme e dolente. E´ questa la conferma della voglia di rischiare da parte di Gabriel che si conferma grande cantante con una voce sempre  profonda e che entra nel cuore. Un disco che suona come colonna sonora di  tempi dolenti , si potrebbe parlare di “spleen” se non fosse che Gabriel  possiede quella fisicità che riesce a colorare anche cieli plumbei ed  imbronciati come quelli del mondo attuale. E´ un difficile gioco di  sottrazioni quello fatto dall´Artista sulle canzoni che interpreta. Come  tutti i Grandi ha fatto suoi i sentimenti degli Altri e non cerca un  compiacimento da parte di chi ascolta. Non è un facile juke box di  musiche da ricantare ma , citando Leonard Cohen, forse una nuova pelle per una vecchia cerimonia. La memoria è la protagonista del progetto ma è anche un invito ad andare avanti , cercare nuovi percorsi per non finire  nel ripetere all´infinito la solita vecchia canzone. E per un disco di  cover direi che è straordinario.Non esiste un pezzo “migliore” perché il disco suona quasi come una sola  canzone o meglio, come un´unica sinfonia, dedicata, idealmente, ad un nuovo inizio.
Buon ascolto.

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3 Responses to “Tra le tracce:”Scratch my back” di Peter Gabriel (di Ugo Buizza)”

  1. Corrado Corradini ha detto:

    Ho trovato il nuovo album pieno di malinconia e pieno di grigiore gotigo, perchè si sente una tensione verso aperture luminose, ma tutto è permeato da una cappa plumbea. Peccato, da Peter Gabriel mi sarei aspettato qualcosa di più stimolante.

  2. Krishel ha detto:

    Non capisco cosa intende dire Corrado con grigiore gotico. Trovo che invece il disco abbia mille colori e mille sfumature. Molte sono sfumature tristi, è vero. Altre, come in Mirrorball, sono gioiose ed in un certo senso esplosive. Altre ancora invece tenere, una carezza dolce, come in The boy in the bubble.

  3. max valle ha detto:

    Mi sembra un disco molto intimistico e profondo
    arrangiato in modo particolare e la voce di Peter è sempre unica e mi riporta sempre indietro nei tempi….
    a me è piaciuto…

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