Suicidi a rischio di strumentalizzazione?

Laura Castelletti, 1 maggio 2012 » non mi piace, pensieri in libertà

sono mesi che i giornali parlano di escalation di suicidi tra gli imprenditori a causa della crisi.

oggi, a proposito di questo tema, anche napolitano  dichiara:

 

“non possono non addolorarci e scuoterci i casi estremi del lavoratore sull’orlo della disoccupazione o dell’imprenditore sull’orlo del fallimento che si tolgono la vita, non possono che addolorarci e scuoterci”

Confesso che mi  ha fatto molto riflettere l’articolo di Filippo Facci, il quale scrive oggi su Il Post che:

 

Nella florida Germania si suicidano il doppio che in Italia, mentre nella disastrata Grecia poco più della metà: parliamo di tasso percentuale, ovviamente. In Giappone si ammazzano quasi quattro volte più che da noi, in Russia sei volte, mentre in Azerbaijan – terra di autoritarismi e corruzioni – non si ammazza quasi nessuno. In Italia nel prospero 1987 si toglievano la vita più di 4mila persone l’anno, mentre oggi, con la crisi, meno di 3mila. In Friuli i suicidi sono da sempre il quadruplo che in Campania, e la loro quasi totalità avviene tra domenica e martedì con picchi stagionali che sono a maggio e a ottobre. Potremmo continuare: tanto per chiarire che attribuire i suicidi a precisi generi di causalità (tipo, appunto, alla crisi economica) è una forzatura immonda che spesso viene favorita da chi mira, giocando coi dati, a trovare eco su giornali. Gli unici suicidi in sicuro aumento e di chiara attribuzione, nel regno dell’insondabile, sono quelli in carcere: ma in prima pagina non ci vanno. Ci sarebbe un altro dato certo, a dire il vero: è dimostrato che le notizie sui suicidi, pubblicate dai giornali, possono favorire emulazioni e quindi altrui suicidi. Lo ricordino certi colleghi e soprattutto lo ricordi chi in questo periodo sbatte i cadaveri ai piedi dell’avversario politico.

Senza voler mancare di rispetto o sottovalutare chi disperato si è tolto la vita, trovo l’analisi  di Facci ragionevole, documentata e condivisibile… e forse ci fa anche tirare un respiro di sollievo.

condividi:

6 Responses to “Suicidi a rischio di strumentalizzazione?”

  1. Andrea Curcio scrive:

    Partendo dal presupposto che sono i giornali a creare la notizia e sono loro che formano la cosiddetta opinione pubblica in base agli interessi particolari che vogliono portare avanti, non possiamo confrontare i tassi di suicidi con altri paesi.

    E’ inutile confrontare il tasso italiano con quello giapponese (dove il senso dell’onore è molto, ma molto, più alto e si suicidano anche per cose a cui, qui in Italia, non diamo alcun senso) o la Germania. Lo stesso equivale con gli altri paesi che hanno una cultura profondamente diversa rispetto a quella italiana – in particolare cristiano cattolica che condanna fortemente il suicidio a differenza di altre professioni religiose.

    Il confronto può essere fatto esclusivamente, all’interno di uno stesso paese, in un arco molto breve di tempo (nel 1987 in Italia c’era un’altra “cultura”) e soprattutto confrontando le casistiche dei suicidi. Fatto questo, con dati certi alla mano, si possono fare tutte le analisi del caso, partendo dalla consapevolezza che in quanto analisi sono una fotografia soggettiva della realtà

  2. garau giorgio scrive:

    assurdo che si arrivi a ridurre la vita di una persona, in percentuale.Confrontarne i numeri con altri paesi,3000,4000.Vuol dire che e’ sparita una popolazione come Bovegno e’ Collio in poco tempo. solo perche’ non si intravede un futuro?nell’era dei computer,ci si uccide,perche’ non si hanno piu’ i soldi per vivere una vita dignitosa?Non ridurrei tutto cosi semplicemente, ad una questione di numeri,dietro ci sono drammi di famiglie intere.Cosa ci preoccupiamo della fame e’ moria di bambini in Africa?quando, come avete scritto in europa ci si uccide per la stessa causa?cioe’ perche’ non si riesce a soppravvivere?lasciamoli morire…io dico solo una cosa ce troppa solitudine e’ indifferenza,queste sono le cause principali che portano le persone a gesti inconsulti.E’ giusto parlarne in qualunque modo anche strumentalizzare la cosa,ma non restiamo indifferenti,potrebbe capitare anche a noi,ai nostri figli ,il vicino di casa.E’ passibile fare una statistica di suicidi,nell’epoca in cui quasi tutti erano poveri?parlo dopo la fine della guerra—-

  3. Flavio Pasotti scrive:

    Cara Laura,

    e’ un argomento da trattare con grande cautela. ciò che posso dire e’ che il lavoro di psichiatri e psicologi bresciani e’ molto, molto cresciuto in fasce sociali che sinora non avevano rivelato criticità’, al punto che sono in corso di lancio alcune iniziative specifiche. Altro preferisco non dire perché l’emulazione c’e’…
    In pochi casi la statistica e’ fuorviante, questo e’ uno e Facci mi appare fuori strada (o fuori dal mondo)….

  4. Francesco scrive:

    Cara Laura, hai fatto benissimo a riportare la lettera di Facci. Fredda, cruda, sgradevole per certi versi, parla di numeri. Eppure proprio per questo lascia poco spazio alle interpretazioni. Sin dalle elementari mi hanno insegnato che i 3000 di oggi (quando la popolazione italiana è di 60 mil) sono meno dei 4000 dell’87 (quando la popolazione era 57 mil). Se si vuole fare qualcosa di utile per ciò che comunque rimane un dramma si deve partire dai numeri. Il resto sono chiacchere.

  5. Flavio Pasotti scrive:

    nella gran parte dei casi l’imprenditore fa coincidere la sua attività’ economica con il suo progetto esistenziale. nessun imprenditore mette in conto il fallimento perché’ se lo facesse non si avventurerebbe in iniziative così’ perigliose le cui conseguenze personali potrebbero essere tremende. E’ una mentalità’ piuttosto diversa da quella del manager che si muove secondo le filosofie deterministiche: l’imprenditore ragiona e poi sceglie assumendo un rischio, non prevenendolo. ciò’ lo espone al fallimento in percentuale maggiore che altre attività’ economiche. quando ciò’ avviene il conto e’ presentato a lui e, per la tipica struttura delle aziende italiane, normalmente a tutta la famiglia. Non e’ quindi una “crisi di onore”, o perlomeno non solo: e’ l’aver giocato e perso con le vite proprie e degli altri. aggiungiamo che la caratteristica di questa crisi e’ di aver colpito soprattutto chi ha fatto le cose bene (paradossalmente), cioè’ ad esempio chi si era esposto al rischio investendo: la crisi finanziaria lo ha messo a terra senza che abbia commesso particolari errori.
    Da qui in avanti si apre il baratro e c’e’ chi riesce a reggere psicologicamente e chi no.
    Per questi motivi di fronte al fallimento della propria vita (e non tanto della azienda) l’articolo di Facci mi pare una polemica cinica interna al mondo della comunicazione frutto di una superficialità’ scalfita solo dalla Ubris di chi si sente in grado di impartire ex cathedra. Da laico le considero, appunto, chiacchiere.

  6. daniela scrive:

    penso semplicemente che molto spesso imprenditore per i più sia : ferrari, donnine, per le donne shopping sfrenato e baby sitter e colf!!! in realtà l’Italia nostra da Brescia a Brindisi, Catania , Napoli e Palermo è condivisa non solo da mafia e camorra, ma da milioni d’imprese sane che scommettono ogni giorno con imprenditori sani, dipendenti onesti che vorrebbero solo due cose: lavoro per sostenere dignitosamente la propria famiglia, in primis, e la loro impresa..la richiesta a questo governo”tecnico” che secondo me sposa più le banche, strozzini autorizzati, che le imprese, è di far respirare in modo concreto le aziende, non a parole, ma a fatti ….cara laura ti ringrazio per lo spazio e lo sfogo!!!!!!!

Lascia un Commento