Sting – The Last Ship. Tra le tracce (di Ugo Buizza)

Laura Castelletti, 29 settembre 2013 » mi piace, tra le tracce, video

Rassegniamoci, Sting non vuole più “pungere” e, per età, per scelta o per mille altre ragioni, non produce più album che si possano lontanamente avvicinare al pubblico che lo amava con i Police o con lo straordinario gruppo che lo accompagnava nelle sue belle prime prove solistiche. Sino a “Ten Summoner’s Tales” le cose funzionavano, poi si è perso in esercizi stilistici, trasversali, spesso noiosi se non inutili. L’ultimo lavoro, quasi un musical teatrale, è una pièce dedicata alla sua città natale: Newcastle. L’idea è quella di raccontare il declino della città, un tempo porto commerciale di fondamentale importanza e crogiolo di varie culture. Sting ha classe, si circonda di ottimi musicisti, è bravo nel vestire le proprie composizioni, in questo disco ha l’intento di farle suonare come se fossero state scritte nei pub della sua Newcastle piena di immigrati irlandesi e scozzesi, ma… il risultato è troppo snob e poco popolare. A mio parere è noioso e verboso.

Questo nuovo album è il primo di materiale originale pubblicato negli ultimi dieci anni. Nel frattempo Sting si era divertito a ritrovarsi con i suoi vecchi amici Police, aveva fatto tournee’ di vario genere (dal vivo è sempre fascinoso, certifica tuttavia il suo desiderio di tenersi lontano dal quel pop-rock elegante e diretto che lo aveva caratterizzato).

“The Last Ship” può piacere ad un pubblico adulto. Le musiche sono infarcite di echi folk, sono musiche classicheggianti. In alcuni brani ci sono ospiti importanti come il concittadino Jimmy Nail e Brian Johnson. Positiva è la ricerca delle proprie radici, l’approccio molto serio negli arrangiamenti e in un cantato intenso e lirico. I suoni sono perfetti, ma proprio questa perfezione appare come il vero limite, diventa freddezza e, spesso, esercizio di stile.

La title track, che apre l’album, è molto bella, ma il resto è “pesante”.

Questo genere di opere le dovrebbe pubblicare a nome Gordon Matthew Summer, un alternativa alla produzione Sting.

Probabilmente l’album avrebbe bisogno di un ascolto più attento che, chi scrive, sinceramente non gli ha dedicato per l’ urgenza di parlarvene. In alcuni spunti trovo che Sting stia percorrendo la stessa strada di Mark Knopfler: la ricerca della tradizione popolare della propria terra, ma “The Last Ship” ha la pomposità di un musical di Broadway, dimenticando che il folk è musica popolare, semplice e diretta .

“So To Speak” è una ballata di fascino e splendida voce di Becky Unthank. Ma se volete ascoltare degli album di neo-folk britannico davvero degno di nota, allora ascoltatevi le opere del gruppo di Becky: The Unthanks.

Da menzionale anche “The Practical Arrangement”, un brano lento che, ascoltato fuori dal contesto dell’album, diventa quasi una torch song, cantata con trasporto ed accompagnata da un bellissimo piano con contorno di archi e “What Have We got” con Jimmy Nail, dove sembra che Sting che faccia il verso a Nick Cave, ma sicuramente è meno spontaneo nella sua drammaticità. Alcune atmosfere richiamano anche gli arrangiamenti che il grande Hal Willner ha donato ai due capitoli “Son Of Rogue Gallery”, il progetto dedicato ai brani marinareschi cui anche Sting aveva aderito e a cui, forse si è anche ispirato per questo nuovo lavoro, ma non con gli stessi risultati.

I testi di “The Last Ship” sono un racconto e le musiche servono a colorarlo, ma, ripeto, il lavoro è molto “barocco”. Si fa fatica ad arrivare alla fine: quindici brani, diciassette nella consueta “deluxe edition”, oltre un’ora di musica , troppo…

Giudizio poco positivo quindi pur rispettando le scelte di un musicista che, probabilmente, non ha più nulla da dimostrare e che non cerca facili compiacimenti. 

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