Sakineh, il Consiglio Comunale e la spilla che indossiamo

Laura Castelletti, 13 settembre 2010 » donne, mi piace, pensieri in libertà

51 volte il viso di sakineh ha fatto oggi la sua comparsa in loggia. 51 come il numero degli assessori e dei consiglieri  che compongono il consiglio comunale di brescia. ognuno di noi ha scelto di mettere una spilla, con l’immagine del suo volto, appuntata sull’abito. abbiamo fatto questo, di comune accordo, per sakineh oggi e per tutte le altre donne vittime della sharia islamica e di ogni forma di violenza in tutto il mondo, di ieri e di domani.

all’inizio della seduta, proprio alcuni minuti fa, il sindaco ha letto un documento di dura condanna (voluto e condiviso dalla conferenza dei capigruppo e quindi da tutte le forze politiche) per  l’ennesima storia di sopraffazione, violenza e barbarie.

Di seguito pubblico il testo letto in aula dal Sindaco a nome dell’intera Assemblea:

“Sakineh Mohammadi Ashtiani è una donna iraniana di 43 anni madre di due figli, che veniva condannata per la prima volta nel Maggio 2006 per il reato di “relazione illecita” con due uomini in seguito alla morte del marito e che nel Settembre 2006 riceveva una nuova condanna per “adulterio e coinvolgimento nella morte del marito”; per tali accuse riceveva 99 frustate e veniva condannata a morte per lapidazione.

La magistratura iraniana ha dichiarato che “la donna è stata condannata alla pena capitale per aver commesso omicidio e adulterio” ed il 27 maggio 2007 la Corte Suprema iraniana confermava la sua condanna a morte.

Il 12 agosto 2010, veniva trasmesso dalla prigione iraniana di Tabriz un programma televisivo di Stato in cui Sakineh confessava di essere colpevole di adulterio e di coinvolgimento nell’omicidio del marito, ma secondo quanto dichiarato dal suo avvocato, Sakineh sarebbe stata torturata per due giorni prima di firmare la confessione di colpevolezza; l’avvocato è dovuto fuggire dall’Iran perché si è fatto portavoce della difesa dei diritti dell’uomo nel suo paese.

Sakineh si trova attualmente in un braccio speciale della prigione di Tabriz dove, secondo quanto raccontato da una giornalista che ha condiviso la stessa cella con lei ed altre 35 donne: “la tortura e gli stupri sono all’ordine del giorno e non esistono condizioni igieniche e sanitarie e Sakineh ha firmato la sentenza senza capire che si trattasse di lapidazione, poiché appartiene alla minoranza Azera e non capisce il Farsi, la lingua ufficiale dell’Iran”.

In Iran, il codice penale Islamico prevede la morte mediante lapidazione per le adultere e per alcuni altri reati; essere lapidati significa ESSERE PRESI RIPETUTAMENTE A SASSATE ed il codice penale islamico stabilisce che “gli uomini devono essere sepolti fino alla vita e le donne fino al petto; chi riesce a fuggire da queste fosse, ha salva la vita; per le donne è ovviamente più difficile sfuggire alla lapidazione, dato che la loro fossa è più profonda. Per la lapidazione, le pietre non dovrebbero essere tanto grosse da uccidere il condannato al primo o secondo colpo, né tanto piccole da non poter esser definite vere e proprie pietre”.

A portare la storia di questa donna all’attenzione dei media e del mondo intero è stato il figlio di Sakineh, giovane uomo nato e cresciuto in quella società e tra quei medesimi uomini che hanno condannato la madre al barbaro supplizio, a testimonianza che anche in un ordinamento integralista si può reagire alla violenza.

Quella di Sakineh non è solo l’ennesima storia di sopraffazione, violenza e barbarie dettate dal prevalere della Sharia islamica sulla legge, ma è qualcosa di più: Sakineh è l’icona coraggiosa di tante donne che vivono in uno di quei paesi islamici dove il genere femminile non ha quasi alcun diritto e nei confronti del quale ogni giorno, è negata qualsiasi forma di giustizia e di eguaglianza.

La lapidazione viene attualmente praticata oltre che in Iran, in altri paesi quali Yemen, Nigeria, Arabia Saudita, Sudan, Aghanistan, Pakistan, Somalia e Bangladesh e le condannate sono quasi sempre donne nei confronti delle quali si è svolto un processo segreto, sommario e basato sulla sola testimonianza di uomini.

Agli occhi del mondo intero il volto di Sakineh è il simbolo femminile della lotta ardua ed ancora non compiuta, per la tutela dei diritti umani, per l’affermazione di uno stato di diritto, per la conquista delle vere pari opportunità tra uomo e donna e per l’affermazione del valore della vita umana contro ogni forma di pena di morte, in qualsiasi misura legalizzata.

E’ perché condividiamo questi valori ed aboliamo qualsiasi forma di discriminazione ed ingiustizia che noi consiglieri e gli assessori del Comune di Brescia abbiamo deciso, simbolicamente, di indossare questo volto per tutta la durata della seduta consiliare; per testimoniare la nostra partecipazione ad una vicenda che ci ha profondamente toccati ed amareggiati e per dimostrare che anche noi vogliamo unirci al coro di voci che in tutto il paese e nel mondo dà la parola ad una donna che nel suo paese non può parlare e che, anche quando ci prova, nessuno vuole ascoltare.

La spilla che indossiamo è per Sakineh oggi e per tutte le altre donne vittime della Sharia islamica e di ogni forma di violenza in tutto il mondo, di ieri e di domani.

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2 Responses to “Sakineh, il Consiglio Comunale e la spilla che indossiamo”

  1. Roberto ha detto:

    Bravi semplicemente bravi, è in casi come questi che bisogna superare le divisioni siano esse di partito o ideologiche.
    Ancora bravi e grazie a nome di tutta la città.

  2. leo ha detto:

    Ho letto con attenzione. Ad ora mi ero informato poco, di questo caso.
    Resto basito.
    Ottima iniziativa la vostra: mi auguro che possa aiutare affinchè episodi spregevoli di barbarie(mi si attorciglia lo stomaco dal disgusto) come questi non vengano più ripetuti.

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