Quando lo Stato scarica sul comune il peso delle povertà

Laura Castelletti, 13 ottobre 2012 » economia, Loggia, non mi piace, politica, Senza categoria

leggendo i giornali  anche questa mattina pare chiaro che chi si candida a governare brescia dal 2013 dovrà scegliere con grande attenzione i suoi assessori (una “squadra” competente e autorevole potrà fare la differenza in un momento di crisi economica/sociale/politica). quello al bilancio e quello ai servizi sociali saranno cruciali: la situazione economica è drammatica e il governo monti con le ultime scelte scarica sui comuni il compito di farsi carico delle povertà, delle criticità e dei risultati di uno stato sempre meno attento a chi sta peggio. i due o le due dovranno essere persone molto competenti, in grado di programmare un percorso lungo e difficile verso la “salvezza”,  in possesso di nervi saldi, capaci di destreggiarsi tra cifre e bisogni, impegnati a trovare risorse e a impiegare al meglio quelle disponibili, concentrati a coinvolgere tutto il capitale umano e professionale della città, dotati di grande capacita’ d’ impresa per supplire con nuove opportunità la carenza di denaro delle casse comunali e soprattutto dovranno sentirsi  “in missione per conto dei propri cittadini”.

penso questo da tempo e l’articolo di ricolfi di oggi ( lo trovate qui) ha rafforzato la mia convinzione: il governo nazionale dei tecnici (con tutte le comparsate tv non saranno diventati anche loro politici in campagna elettorale?) come il migliore dei ragionieri è impegnato a far quadrare i conti e scarica sulla politica amministrativa dei comuni il compito di farsi carico di alcuni risultati non proprio edificanti (aumento delle povertà, indebolimento dei più fragili).

ricolfi scrive

ci sono voluti un paio di giorni per raccapezzarsi, ma alla fine il quadro è diventato abbastanza chiaro.  

i conti li abbiamo fatti e rifatti un po’ tutti: quotidiani, centri studi, esperti economici, sindacati, associazioni dei consumatori. e alla fine dei conti è difficile non essere arrabbiati, innanzitutto con noi stessi. perché per un attimo ci eravamo illusi, per un attimo avevamo voluto credere che finalmente, con questa manovra (detta «legge di stabilità»), l’insopportabile pressione fiscale che grava sul nostro sfortunato paese potesse cominciare a diminuire, sia pure di pochissimo. o che, almeno, la distribuzione del carico fiscale sarebbe diventata più favorevole alla crescita, o anche solo un tantino più giusta. e invece no, niente di tutto questo.  

prima di commentare, però, ricapitoliamo i punti fermi. primo: nonostante la sbandierata diminuzione dell’irpef, la pressione fiscale complessiva sulle famiglie aumenta leggermente. 

a regime, infatti la lieve diminuzione dell’aliquota irpef è più che compensata dalla somma delle misure che aumentano il prelievo: scomparsa di alcune deduzioni e detrazioni, introduzione di franchigie e, soprattutto, ulteriore aumento dell’iva. 

secondo: il grosso della manovra tocca famiglie (con le riduzioni irpef) e consumatori (con l’aumento dell’iva), ma lascia sostanzialmente invariata la pressione fiscale sui produttori, peraltro già vessati nelle manovre precedenti. difficile pensare che una miscela di questo tipo possa stimolare la crescita. 

terzo punto: la distribuzione del carico fiscale è più iniqua di prima. questo è un punto un po’ tecnico, ma ne voglio parlare lo stesso, perché a prima vista sembrerebbe vero il contrario. il governo ha infatti presentato la sua manovra come una boccata d’ossigeno ai ceti bassi, in quanto le aliquote che sono state abbassate (di 1 punto) sono le prime, quella del 23% e quella del 27%. quel che non si dice, tuttavia, è che le riduzioni del prelievo sui primi «scaglioni» di reddito riguardano tutti, anche chi guadagna 50 o 100 mila euro l’anno.  

facciamo un esempio concreto: un lavoratore che guadagna 18 mila euro avrà uno sconto di 180 euro l’anno (15 euro al mese), ma un lavoratore che guadagna il doppio, ossia 36 mila euro, avrà uno sconto di 280 euro (23 euro al mese), perché percepirà interamente gli sconti previsti sui primi due scaglioni (fino a 28 mila euro). per il fisco, infatti, ogni reddito è la somma di tanti «pezzi» di reddito (gli scaglioni, appunto), ciascuno dei quali è tassato con una sua aliquota: quindi se un governo abbassa l’aliquota sullo scaglione più alto il beneficio va solo ai ricchi, ma se abbassa l’aliquota sugli scaglioni più bassi il beneficio non va solo ai poveri bensì a tutti, perché il reddito di un ricco è la somma di tanti «pezzi» di reddito, ciascuno tassato con la sua aliquota. in breve la manovra non concentra affatto i benefici sui ceti bassi, ma li spalma un po’ su tutti. 

ma davvero su tutti? assolutamente no, perché dalla riduzione delle aliquote restano esclusi i poverissimi, ossia coloro che guadagnano così poco da essere completamente esentasse (i cosiddetti incapienti). come sempre lo strumento fiscale è impotente verso chi sta fuori del circuito del fisco, ossia evasori e veri poveri. 

si potrebbe pensare che però almeno i ceti medio-bassi, ossia chi guadagna fra 8 e 28 mila euro (e dunque non è né incapiente né ceto medio), abbia comunque un beneficio. ancora una volta, sembra ma non è: i soldi per abbassare le aliquote verranno trovati anche eliminando o attenuando vari sconti fiscali preesistenti, con il risultato di annullare o decurtare il già misero regalo di 10 o 15 euro al mese.

se poi a tutto ciò aggiungiamo l’aumento di un punto dell’iva, che scatterà nella seconda metà del 2013 (ossia dopo le elezioni, guarda caso), è facile dedurne che la pressione fiscale aumenterà su quasi tutti i contribuenti, e in misura massima sui poverissimi, che non solo non potranno usufruire di alcun beneficio fiscale (perché non versano tasse), ma pagheranno l’aumento dell’iva nella veste di consumatori, e lo faranno in misura maggiore di qualsiasi altro gruppo sociale, visto che la propensione al consumo è ovviamente massima là dove non vi è alcuna possibilità di risparmiare. 

quarto punto: mentre tutti i benefici fiscali previsti sono futuri, la soppressione degli sconti in vigore (detrazioni e deduzioni) scatta già sui redditi del 2012, e dunque è retroattiva, essendo tali redditi in massima parte già maturati (siamo a ottobre, e la legge sarà approvata a fine anno).  

di tutta la manovra fiscale quel che più mi ha colpito è proprio la consapevole spudoratezza (o «arroganza fiscale», come l’ha definita il sole 24 ore di ieri) con cui quest’ultimo schiaffo al cittadino viene annunciato: nell’articolo 12 della bozza di legge di stabilità si dice che le norme che sopprimono gli sconti fiscali sono introdotte «in deroga» allo statuto dei diritti del contribuente (la legge del 2000 che tutela i cittadini dagli abusi dello stato in materia fiscale). e’ veramente il colmo: un governo che bacchetta gli italiani per il loro scarso senso civico pare non sapere che è lo stato stesso ad essere criminogeno, quando diventa arrogante e predatore.  

se a questo aggiungiamo che pare salti la clausola di salvaguardia sulla tassazione del tfr, aumenti dal 4 al 10% l’iva sull’assistenza socio sanitaria offerta dalle cooperative sociali siamo davvero con l’acqua alla gola. fino a ieri queste ultime  prestazioni erano inserite tra le attività soggette all’aliquota super agevolata del 4% nell’allegato del testo unico. invece, da ora in avanti, anche se solo sulle attività svolte in base a contratti stipulati o rinnovati dopo il primo gennaio dell’anno prossimo, l’iva salirà al 10% (e poi all’11% da luglio).

l’aumento dell’iva dal 4 al 10% per le prestazioni socio sanitarie svolte dalle cooperative sociali (assistenza rivolta ad anziani, disabili, tossicodipendenti, malati di aids, handicappati e minori che vivono in condizioni di disagio e disadattamento) peseranno fortemente sulla qualità e quantità dei servizi alla persona dei quali i bresciani hanno sempre usufruito. gli utenti e le famiglie ne sentiranno tutto il drammatico peso.

per noi di brescia per passione, se verremo indicati al governo della città, “non lasciare indietro nessuno” sarà l’imperativo. per fare questo serve ridisegnare nuove priorità e avere fiducia che “insieme” i risultati si possono ottenere.

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3 Responses to “Quando lo Stato scarica sul comune il peso delle povertà”

  1. Mafalda ha detto:

    Questo e’ un contributo importante, importantissimo. Ci dice dove stiamo andando, per i servizi alla persona in generale stiamo andando alla deriva totale.

  2. giovanni scandolara ha detto:

    Condivido in pieno. Quello che stanno facendo è una comparsata. Al governo ci sono tecnici (di cui non discuto le loro capacità tecniche)freddi e gelidi. Con una mano danno e con l’altra tolgono. Quelli a cui tolgono sono sempre i ceti più deboli. E’ proprio vero il vecchio detto ” i siori ié semper siori, i poarec ié semper poarec”.

  3. Luca ha detto:

    L’esempio del reddito è fuorviante, in quanto i confronti non devono essere fatti sulle variazioni in termini assoluti, ma percentuali. Infatti è ragionevole pensare che 180 euro per chi guadagna 18000 (un incremento del reddito dell’1%) valgano di più di 280 euro per chi guadagna 36000 euro (circa lo 0,77%). E poi la progressività dell’imposta aumenta, in quanto l’imposta media cresce più velocemente per i redditi più elevati. Quindi affermare che questa modifica degli scaglioni è iniqua non è corretto, anzi è vero il contrario.
    Poi, certo è vero che questo governo è stato deludente sotto molti aspetti, ma si è trovato a gestire una situazione di emergenza ed in ogni caso tutti i provvedimenti sono poi approvati da un parlamento che abbiamo eletto noi. Come abbiamo eletto i governi degli ultimi dieci anni che ci hanno portato sull’orlo del baratro.
    Quindi prima di ironizzare sui tecnici, dovremmo fustigare noi stessi. Ci aspettano cambiamenti dolorosi, come ridurre l’evasione fiscale, pretendere onestà e morigeratezza dai politici, chiedere una pubblica amministrazione più efficiente e meno elefantiaca. Se non lo faremo saremo condannati ad un lento ed inesorabile declino, però potremo sempre consolarci ironizzando sugli altri, invece che rimboccarci le maniche e rinunciare per primi ai nostri privilegi, grandi o piccoli che siano.

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