Movida 2.0?

Laura Castelletti, 26 luglio 2013 » Loggia, mi piace

la gestione della movida chiama in causa molte problematiche. sembra una banalità, eppure ogni qualvolta viene intrapresa un’iniziativa è inevitabile che le critiche si dispieghino, è accaduto anche per l’ordinanza emessa ieri dal sindaco. la contrapposizione è ben più alta che non quella tra residenti ed avventori, con gli esercenti stipati nel mezzo a ribadire il successo delle attività, la regolarità della loro posizione e il proprio diritto al lavoro. 

brescia vive per la prima volta un problema che attanaglia da decenni altre città e che la crisi ha inevitabilmente acuito: la riappropriazione spontanea da parte dei cittadini che vogliono socializzare dello spazio pubblico e non di quello interno ai locali o alle discoteche, dove l’accesso prevede costi che in molti non riescono (o non vogliono) più sostenere. 

possiamo condannare la voglia di incontrarsi e di stare insieme senza dover pagare un accesso? io non credo. possiamo certamente considerare che questa bellissima spinta sociale porta con sé inevitabilmente un’onda di conseguenze, che arrivano a ledere il diritto alla sicurezza, alla tranquillità e al riposo degli abitanti della zona. non sono io di certo la persona che confronta i numeri sulla carta confrontando le cifre di chi abita con quelle di chi frequenta (e mantiene vive attività commerciali). 

io però in carmine ci passo spesso. guardo quello che succede e non posso che essere soddisfatta del passaggio dal degrado di 15 anni fa all’effervescenza di queste serate estive. ma mentre sono lì, rido e brindo in compagnia, una domanda me la faccio: e se vivessi qui? come vivrei?

a me la movida piace. e dentro ci vedo moltissime spinte positive, che se gestite con un approccio nuovo possono costituire un grande laboratorio per la nostra città che aspira a diventare più ospitale per i turisti, più attrattiva per gli studenti, più appetibile per startupper e giovani imprenditori. ed è proprio qui, sulla gestione della movida, che a mio parere smart city diventa uno strumento da applicare. il target è perfetto: persone che vogliono socializzare, in età in cui la confidenza con la tecnologia è altissima e l’utilizzo estremamente frequente, in cui si evidenza una carenza di educazione civica nel rispetto di limiti utili alla convivenza con i residenti.

negli scorsi mesi, due progetti bresciani di start-up dedicati a tecnologie per il contenimento dei disagi provocati dalla movida sono stati presentati a bandi nazionali ed europei. uno è già stato giudicato ammissibile per il finanziamento. grossi gruppi industriali destinano da anni i loro fondi di ricerca a soluzioni che uniscano e integrino le nuove tecnologie al fine di supportare (e indirizzare) le politiche cittadine per la gestione della movida e realizzano ora i primi prototipi di piazze smart sperando di realizzare prodotti a pacchetto efficaci da vendere alle pubblica amministrazioni. 

c’è vita intorno alla movida. c’è anche un mercato, evidentemente, di cui le nostre aziende potrebbero beneficiare. ci sono dei dibattiti che vanno aperti e gestiti e che devono partire dalla considerazione che la movida è un bene per la città e che è possibile trovare gli strumenti e i modi per conviverci. 

c’è anche un’osservazione da fare, e questa a titolo personale: negli anni in cui andavo a scuola io, a qualsiasi livello d’istruzione, non mancava mai l’ora di educazione civica. che non era solo la lettura della costituzione o la spiegazione della differenza tra commissione e parlamento ue, ma anche piccole regole di buon costume, come il fatto che non si orina per le vie del centro, non si urla in strada di notte, non si abbandonano vetri o altri oggetti pericolosi. i dispositivi tecnologici che ci portiamo addosso ci aiutano per moltissime cose nella nostra vita quotidiana e potrebbero anche aiutarci a stabilire dei limiti entro i quali il nostro divertimento non implica un insostenibile disagio per chi deve conviverci. io credo che la tecnologia sia un alleato prezioso, ma soprattutto credo che le persone possano utilizzare la movida come terreno per trovarsi e confrontarsi realmente su un tema spinoso, difficile, che chiama in causa il senso dell’essere cittadini. 

 

Insomma: credo che le tecnologie e le iniziative smart che potremo attivare nei prossimi mesi (per il contenimento, il monitoraggio, la gestione dei flussi di avventori e l’integrazione con la viabilità cittadina) avranno il merito di darci un quadro più completo sulla situazione. Ma sono fermamente convinta che se non si parte dal dialogo la movida non cesserà di essere un problema e non si trasformerà mai realmente in quella grande opportunità che, a mio modesto parere, è.

Questo dibattito non può che trovare sede nell’urban centre, è lì che a mio parere il tavolo dell’osservatorio movida  dovrà trovare fisicamente spazio, uno spazio che vogliamo attivare presto e nel quale sarete tutti invitati per contribuire alla discussione, ognuno con le proprie ragioni, ognuno con la propria creatività nel cercare soluzioni, ognuno con la propria voglia di partecipare alla gestione di un problema complesso cambiando concretamente il modo di governarlo.

 

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One Response to “Movida 2.0?”

  1. Fulvio ha detto:

    Laura mi perdoni l’intervento, ma la querelle sulla cosiddetta “muvida” carmelitana merita un commento e lo merita proprio perché è quasi un paradigma della società italiana contemporanea e della sua rottura con le istituzioni.
    Tutti i soggetti in questione: residenti, esercenti, giovani frequentatori serali delle vie del Carmine, sembrano rivendicare in apparenza un sacrosanto diritto. Per alcuni è il diritto al riposo, per altri quello ad una giusta remunerazione dell’investimento fatto, per altri ancora il semplice diritto a godere della vita, a divertirsi ed incontrarsi. Peccato che la convivenza reciproca sembri sempre più irrealizzabile. Così si vorrebbe che fosse il Governo della città a trovare la quadra. Problema assai complicato. Se tutto rimane com’è i residenti perdono il diritto al riposo, se si interviene in modo coercitivo, chi ha investito in quei locali perde il proprio investimento perché alla lunga i giovani finiranno con andarsene altrove. La città stessa perderà, probabilmente, una bella occasione di crescita culturale. La Politica risponde con carte bollate. Regolamenti restrittivi degli orari dei locali; sicuramente inutili perché i giovani rimangono per strada in ogni caso. L’opposizione chiede incentivi per insonorizzare le finestre dei residenti, accettando implicitamente l’idea che questi rinuncino almeno in date ore a tenerle aperte. Nessun politico che osi azzardarsi a porre le domande essenziali: ” Quello che abbiamo di fronte è una manifestazione di civiltà e di culturà? E’ veramente quello che volevamo quando abbiamo incentivato la riqualificazione della zona? Il nostro compito era quello di costruire una rena in cui gettare i leoni e che se la sbrigassero?
    Non credo che si volesse questo, che se lo si voleva il risultato è stato raggiunto in pieno. E’ che manca la capacità di immaginare altro.
    I residenti dovrebbero essere felici di abitare una zona della città in cui ferve la vita e fioriscono attività commerciali. I giovani frequentatori dovrebbero essere felici di contribuire con la loro sola presenza a vivificare quelle vie e i commercianti dovrebbero essere felici di essere protagonisti e strumento allo stesso tempo di questa metamorfosi. Perché questo non accade? Un corto circuito al posto di una organica convivenza.
    Qui vengo al dunque. Il caso della muvida al Carmine dimostra come non siano solo i cittadini ad essersi allontanati dalla politica quanto, viceversa, sia stata la politica ad essersi totalmente estraniata da quel “fondamento non politico della politica”. Gramsci affermò che la conquista del potere politico passa attraverso la conquista del potere culturale, ma la cultura assolutamente individualistica ormai imperante non consente di trovare la quadra. Diritti per tutti, fuori da un quadro organico di un comune sentire, vuol dire solo lotta al coltello. Non restano che carte bollate e camionette della polizia.
    Diceva Otto Willmann: ” Chi vuole insegnare deve sapere qualcosa, chi vuole educare deve essere qualcuno”.
    Questa è la vera sfida cui siete chiamati.
    Un saluto e un sincero augurio di buon lavoro.
    Fulvio

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