Mi chiamo Andrea e raccolgo libri…

Laura Castelletti, 9 giugno 2010 » mi piace, pensieri in libertà

mi chiamo andrea albertini, ho 42 anni e raccolgo libri da quando ero poco più che un ragazzino, ma con più tenacia da circa vent’anni. la mia passione è nata perché i libri infondo la sicurezza che le idee rendono liberi. il miei libri preferiti sono “il profumo” di patrick süskind, l’ubu roi di alfred jarry, “q” di luther blissett, “i milanesi ammazzano al sabato” e gli altri di giorgio scerbanenco, ultimamente “vedi di non morire” di josh bazell e almeno altri trecentoventisette.
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nel 1558, per opera della congregazione della sacra romana e universale inquisizione (… che già il nome ti mette paura), nasce il primo index librorum prohibitorum. tra gli autori proibiti figuravano: dante alighieri, niccolò machiavelli, giovanni boccaccio, ludovico ariosto, galileo galilei, arnaldo da brescia, francesco bacone, e più avanti honoré de balzac, gustave flaubert, victor hugo, immanuel kant, george sand, spinoza, stendhal, voltaire, émile zola. ma anche simone de beauvoir, andré gide, jean-paul sartre. ogni dittatura, nel corso della storia, si è preoccupata di bruciare intere biblioteche perché, dentro quel fuoco, scomparisse anche l’ultima parvenza di consapevolezza che un libro può fornire a chiunque abbia la possibilità di leggerlo.
basta aggiungere una e, e la parola libro si trasforma in libero. per questo motivo i libri sono “pericolosi”.

laura mi ha chiesto di scrivere qualcosa sui libri, sulla passione che mi attrae verso questo parallelepipedo cartaceo.
ci provo.

non nego che l’avvento del libro elettronico non mi trova entusiasta. questo perché penso che non ci sia niente di più vitale che maneggiare un libro ciancicato da mille mani, consumato da mille occhi e che ti arriva alle volte casualmente, perché ti trova lui, alle volte perché sei tu ad avere bisogno di quelle precisa successione di parole che sono una storia. ma lo scopri solo dopo. il libro di carta rimane un’esperienza analogica che coinvolge tutti i sensi.
ho vissuto a padova per un anno quando ero ragazzino. per una donna naturalmente. per quale altra ragione semmai??? lavoravo in una sala giochi, inquietante, alienante, azzerante, per 6.000 lire all’ora in nero. c’era uno zaino in un angolo dimenticato da chissà chi. erano giorni che lo guardavo finché mi sono deciso ad aprirlo. dentro c’era solo una cosa: “il signore degli anelli” di tolkien. era un presagio. la fatina buona dei libri l’aveva lasciato lì solo per me. mi ero bevuto quasi d’un fiato le 1249 pagine in otto giorni. la mia storia d’amore è finita male ovviamente ma in quegli otto giorni mi ero dimenticato di ogni problema e avevo vissuto dentro ad un mondo parallelo, dove le donne che ti vampirizzano e le sale giochi mica esistevano. favoloso!!!

è difficile spiegare perché amo così tanto i libri.

solo vincenzo longo detto “enzo” potrebbe capirmi senza che io dicessi nemmeno una parola, annuendo con quel suo sorrisetto da attore francese e
quella sua aria da satiro e al tempo stesso così placida; come di chi sa tutto, di chi sa come andrà a finire. il potere divinatorio di un libro apre le porte della percezione che il dietilamide-25 dell’acido lisergico nemmeno si immagina. il bibliofilo è un serial killer, un mitomane feticista che si aggira per mercatini con il suo impermeabile e spesso senza neanche quello addosso. alle volte ad una bancarella osservo gli altri maniaci come me, ognuno con la sua perversione, ognuno con la sua eccitazione segreta. i libri coprono tutto lo spettro del kamasutra della parola e con essa le infinite posizioni e gli infiniti significati che si porta appresso. guardo gli altri maniaci dicevo, e sorrido. perché ci sono delle movenze che ci accomunano, gesti e rituali da tribù di ominidi prima dell’homo sapiens. spalanchiamo le copertine, facciamo frusciare le pagine tra le dita socchiudendo gli occhi, annusiamo l’odore di umidità cercando di indovinare per quante e quali biblioteche sia passato, osserviamo quante gore abbiano intaccato la carta, se gli sguardi sono in ordine, se il libro è cucito o incollato (cucito dura secoli, incollato nemmeno una decina d’anni perché si spagina come sfarinandosi), se la legatura sia mezza pelle o piena pelle, se la brossura sia quella originale, leggiamo avidi il colophon, la data dell’edizione, controlliamo se all’interno ci siano documenti dimenticati lì dai precedenti proprietari, lo giriamo e rigiriamo tra le mani come forse mai abbiamo fatto con il corpo di una donna. anzi no, proprio allo stesso modo.
è malattia, sì, lo ammetto. siamo borderline, schizopatici, sociopatici. ma non siamo pericolosi. siamo come quei matti dell’ ‘800 che vagavano per i giardini all’italienne di qualche villa davanti al lago, aggirandosi tra i bossi e cespugli di rose corymbulosa, con quei pigiami a losanghe e tra le mani un libro (…appunto!!!!)
sono i libri che spesso ci connettono al mondo, ci ricordano un volto, un luogo.
non c’è niente di più comodo di un libro. lo infili ovunque e dentro a cento pagine ci possono essere storie immaginarie o vere, parole che ti cambiano la giornata, idee che costituiscono il composto, il condensato per altre idee, sogni, drammi, baci, omicidi, amori, liberazioni, riabilitazioni, insuccessi, allucinazioni, visioni, ideali. dentro al un libro esiste il tessuto connettivo che costituisce il mondo stesso e che per ognuno di noi può assumere un significato diverso, a seconda dello stato d’animo, della nostra predisposizione a lasciarci andare, ai nostri desideri. nelle pagine di un libro c’è il precipitato delle idee ,come dentro ad una provetta chimica. quando la reazione finisce e chiudi l’ultima pagine, quello che ti rimane è solo l’essenza pura del pensiero.

i libri sono la cartina tornasole della nostra anima.

leggere ti fa imparare a parlare, diceva la mia maestra teresa alle elementari. nella mia casa ci sono quantità enormi di libri. non ho mai avuto il coraggio di buttarne uno. nemmeno i mille lire, ve li ricordate?, fatti secondo me con la carta igienica delle ferrovie dello stato, quella carta spessa e grigia che negli anni ottanta ci spacciavano per riciclata ed ecologica. sì riciclata alle ferrovie appunto. nemmeno quelli ho buttato via. in questi anni, cercando le edizioni dei libri che amavo, ho cercato di creare una relazione tra il pensiero e quello che mi piaceva, che aveva costituito l’asse portante della mia interiorità. ogni collezionismo è una forma di fanatismo, un’idolatria pagana che ti aiuta a sopravvivere. certo, ci sono donne che hanno trecento paia di scarpe, o quelli che collezionano le capsule delle bottiglie di champagne, ho conosciuto uno che raccoglieva fotografie di carabinieri in divisa!!!!! anche la mia forma di collezionismo assomiglia al desiderio tutto ottocentesco della wunderkammer un poco borghese.

c’è un sottile fil rouge che congiunge tutto il sapere umano. e questo filo passa necessariamente attraverso i libri. noi siamo i figli del “simposio” di platone, il primo libro che ha parlato dell’eros. siamo inconsapevolmente permeati dallo spirito del moderno che baudelaire ha fatto sbocciare coi i suoi “fiori del male”. ogni avanguardie del ‘900 deve tutto ad un solo libro: “ubu roi” di alfred jarry. vent’anni fa è iniziato il mio viaggio nel mondo di jarry. è un autore a torto ignorato in italia, meno in francia dove il collegio patafisico cerca di mantenerne viva la memoria. in questi anni ho raccolto più di trecento opere di alfred jarry. sono convinto che dal 1896, anno della pubblicazione della prima edizione dell’ubu, jarry abbia depositato la sua assurda, irrazionale, rivoluzionaria genialità sopra al mondo dell’arte e che questa si sia dipanata in tutto il secolo successivo fino ad arrivare inconsapevolmente a noi. futuristi, dadaisti e surrealisti hanno dedicato ad alfred jarry scritti ed opere perché riconoscevano in lui la scintilla da cui tutte le idee del ‘900 si sono generate.


Nel 1868 Édouard Manet dipinge il “Ritratto di Émile Zola”. Quando siete a Parigi andate al Musée d’Orsay. Lo troverete lì. Nel ritratto, sul tavolo davanti a Zola, Manet dipinge anche un libro con la copertina azzurrognola. Un anno prima, nel 1867, Zola aveva dedicato a Manet uno studio biografico e critico, nel quale compariva anche un’acquaforte del famoso ritratto “Olympia” di Manet. Il libro dalla copertina evanescente nel dipinto è proprio quello scritto da Zola. Avere una copia di quel libro, che nel dipinto sembra impercettibile, è sempre stato uno dei miei desideri. Ora che, dopo vent’anni che cercavo di
averlo, è nella mia libreria, quando ci passo accanto e lo apro, penso alla potenza connettiva che quelle pagine si portano dietro, la capacità di spalancare due modi di esprimere la creatività solo in apparenza diversi. Quel libro si porta dietro tutta l’influenza rivoluzionaria della pittura impressionista, raccontata da un grande scrittore sovversivo e ribelle, riassunta e racchiusa in sole 48 pagine. Quel libro è una capsula del tempo, una macchina per viaggiare a ritroso per ritrovare lo spirito del moderno e quindi, quello che siamo ora. Ogni libro è un limen, una soglia oltre la quale tutto è diverso e niente
è più come prima. La prossima volta che dovete valutare una persona, andate a casa sua e guardate quanti e quali libri ha sugli scaffali. Essi sono la misura dell’essenza di quello che davvero si è. Ho saputo di un notaio che andava a Porta Portese e si comprava i libri a metri (solo a Roma possono pensare ad una cosa così geniale e surreale al tempo stesso), solamente con lo scopo di riempire lo spazio vuoto degli scaffali dello studio e dare un’impressiona colta ai suoi clienti. Spesso i lobotomizzati premier o i loro lobotomizzati collaboratori di governo si fanno intervistare davanti ad una libreria.

I libri danno l’idea della mostruosità o della sensibilità di un essere umano. Niente è più autentico di un libro. Solo se si è in grado di “leggere” tra le righe.

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6 Responses to “Mi chiamo Andrea e raccolgo libri…”

  1. Alberto ha detto:

    C’è il collezionista e il raccoglitore. Andrea fa parte della prima categoria, io della seconda. Anche io a volte amo acquistare i libri come oggetto feticcio, ma non cerco necessariamente le prime edizioni, tutto il pubblicato di un autore o di una categoria. Li acquisto soprattutto perché contengono informazioni che ritengo indispensabili, almeno per me, perché credo che mi servano ora o perché sicuramente consulterò in futuro (soprattutto in futuro, inteso anche tra cento anni: infatti non bastano alcune vite a leggere tutti quelli che si raccolgono nella propria).
    Ma l’amore per i libri è genetico: impossibile spiegarlo a chi non possiede il gene.

  2. maria onofri ha detto:

    Javier Marìas nel discorso pronunciato a Caracas durante la cerimonia per la consegna del Premio Ròmulo Gallegos al suo romanzo “Domani nella battaglia pensa a me” dice tra l’altro:
    “Forse è vero che i romanzi succedono per il fatto che esistono e vengono letti e, a ben vedere, con il passare del tempo ha assunto più realtà Don Chisciotte che qualunque altro dei suoi contemporanei storici della Spagna del XVII secolo; Sherlock Holmes è successo in misura più ampia che non la regina Vittoria perchè continua ancora a succedere ininterrottamente, come fosse un rito; la Francia degli inizi del secolo più vera e duratura, più “praticabile”, è senza dubbio quella che compare nella “Ricerca del tempo perduto”; e penso che per voi l’immagine più autentica del vostro paese sia mescolata alle pagine inventate da Ròmulo Gallegos. Un romanzo non soltanto racconta, ma ci permette di assistere ad una storia o ad alcuni eventi o a un pensiero, e nell’assistervi ci permette di comprendere.”

    Buona lettura di tanti, tanti libri da una maniaca come te.

  3. enzo longo ha detto:

    Laura e Andrea..l’attesa,questo lungo sonno di vetro,azzurro intenso,diventa flusso,suono assordante,incontro.Ho percorso tutti i paesi del mondo,ho attraversato la storia,sono stato laddove spazio e tempo si confondono,sono nato per camminare,insieme!Ps il satiro con sorrisetto da attore francese è commosso…

  4. Alberto ha detto:

    Cinque libri necessari:

    Nati due volte di Giuseppe Pontiggia
    Nuova Enciclopedia di Alberto Savinio
    Nuovo mondo di Aldous Huxley
    Pensieri cattivi di Paul Valery
    Sillogismi dell’amarezza di Emil Cioran

  5. Enrico ha detto:

    Non sono un (così!) esperto di libri, ma ho letto con passione le parole di Andrea, intense, simpaticamente irriverenti. Il mio rapporto con i libri non è dei più brillanti. Vorrei leggere prima la fine. Per capire chi ha ucciso chi, chi era chi, anche quando il libro non è un giallo (si dice?) e anche se oggi ormai il caso viene risolto a metà libro.
    Leggo invece volentieri la prefazione e, quando c’è, non trascuro la ‘recinzione’, come disse un mio vecchio allenatore in luogo della più nobile, ma spesso retorica, recensione.
    Diffido dei consigli per la lettura, come diffido dei consigli in generale. Stimo chi conosce i libri, gli scrittori.
    Anch’io ho consigliato – scegliendo ahimè tra una ristretta rosa di alternative – ma senza costrutto.
    A me era piaciuto, molto, ‘La versione di Barney’, dal quale poi ‘Il Foglio’ di Giuliano Ferrara ne aveva mutuato il titolo per una rubrica tranchant pubblicata giornamente in prima pagina. Tale era il mio entusiasmo che anch’io ne regalai una copia ad una ragazza che frequentavo (si dice?), peraltro molto intelligente, credendo che potesse apprezzarlo. Non lo lesse mai e come per Andrea la nostra storia terminò. Non per il libro ovviamente, ma evidentemente quello era già un preistorico segno premonitore e un po’ bastardo. Ne rimasi deluso e la delusione si rinnovava ogni volta che vedevo quel libro nella stessa posizione in cui lo vidi la volta prima e la prima volta.
    Per cui tanto dipende anche da chi suggerisce e da chi è suggerito, da chi regala e chi riceve, dalla loro educazione, dal loro gusto e dalla loro bontà d’animo. Come in tutte le cose.
    Scusate l’intrusione e grazie per questo momento di lib(e)ro arbitrio.
    Un abbraccio.

  6. Roberto Giorgio Re ha detto:

    E’ bello quello che scrivi… E’ bello leggerlo… Ma è superato da mille diavolerie elettroniche, è già la vanteria di chi ancora conserva un idea, è già il gusto elitario di essere gli ultimi cavalieri di un ordine che sta scomparendo. La magia di un libro sarà impagabile per l’eternità, così come la gioia di un figlio che entra in biblioteca e ne coglie il profumo… Ma è già passato, è già il gusto retrò di tutti gli intenditori di vino, di tutti gli esperti in arti fotografiche, di tutti i cantori di un Graal che non esiste più.

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