Il nucleare non è l’uovo di Colombo (1a parte) – di Stefania Itolli

Laura Castelletti, 8 maggio 2011 » inviati speciali, mi piace, Territorio e Natura
stefania è una degli ecopass (l’anima eco di brescia per passione) che più scrivono sul mio blog (l’altra è ilaria). e’ pignola e rigorosa nel cercare di dare risposte a se stessa e a chi la legge. questo approccio ai temi l’ha portata a voler approfondire la questione del nucleare e spingersi fino a bologna per incontrare e intervistare nicola armaroli del cnr.
l’intervista è lunga e ho pensato di dividerla in due parti per facilitare la vostra lettura.
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intervista a nicola armarolicnr (1a parte)
percorriamo insieme a voi un nuovo pezzo di strada sul dibattito del nucleare. lo facciamo insieme a nicola armaroli, chimico e dirigente di ricerca del cnr (consiglio nazionale delle ricerche) di bologna, autore di numerose pubblicazioni e libri sulle questioni energetiche.
mentre a fukushima la situazione è fuori controllo, ci vorranno mesi per avere un quadro più chiaro sulle sue conseguenze, il nostro esecutivo ha deciso, con un recente provvedimento, di fermare il piano nucleare. un “trucco” per evitare il referendum del 12 giugno e bloccare sine die il programma atomico in attesa che l’onda emotiva di quest’ultimo disastro si plachi. ma il movimento antinucleare non abbassa la guardia e, nell’attesa che la corte di cassazione si pronunci, continua a sostenere le proprie ragioni e quelle di molti italiani.
da chernobyl a three mile island fino a fukushima, perché nasce questa follia professor armaroli? “dopo la 2a guerra mondiale si è pensato di soddisfare la crescente domanda di elettricità utilizzando, in forma pacifica, quella derivata dalla fissione dell’atomo. non vi è ombra di dubbio che questa strada andasse intrapresa. tuttavia, a distanza di 60 anni, dobbiamo ammettere che non si è rilevata all’altezza delle aspettative di allora. sono stati costruiti meno di 600 reattori, 6 di questi sono andati in meltdown (fusione del nocciolo). l’1%, in termini di sicurezza, è un risultato assolutamente disastroso. provi a immaginare cosa succederebbe se precipitasse l‘1% degli aerei o prendesse fuoco l’1% delle raffinerie di petrolio.
armaroli libera subito il campo da ogni dubbio su produzione e fabbisogno energetico italiano “il fabbisogno finale dei cittadini è composto per un 25% di elettricità e per un 75% di combustibili. dal punto di vista della potenza installata il nostro paese è assolutamente autosufficiente. infatti il nostro parco centrali ha una potenza complessiva di 104 gw, la potenza elettrica massima richiesta lo scorso anno sulla rete italiana è stata di 53 gw. quindi noi possiamo produrre il 50% in più di quello che ci serve. oltrettutto avere un parco eccessivamente sovradimensionato a 104 gw è una delle cause che fa lievitare la nostra bolletta. qualcuno può giustamente notare che le nostre centrali funzionano a combustibili fossili, che importiamo. giustissimo, ma anche l’uranio che alimenta le tante centrali nucleari francesi viene totalmente importato da altri continenti. il fabbisogno di energia elettrica in italia è soddisfatto per il 65,3% da centrali termoelettriche a combustibili fossili, per l’1,8% da centrali termoelettriche alimentate a biomasse e rifiuti solidi urbani; per il 13,3% da energia importata (soprattutto da francia e svizzera) e per il 19,6% da fonti rinnovabili (molto idroelettrico).
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d. perché acquistare elettricità da altri paesi?
r. oggi il sistema elettrico europeo è liberalizzato e regolato dalle borse elettriche nelle quali i produttori scambiano al miglior prezzo ”pacchetti” di energia. l’elettricità, che viaggia attraverso una rete unica che va da lisbona agli urali, dal nord africa a capo nord, non è facilmente accumulabile, la produzione va mantenuta in equilibrio con la domanda su tutta la rete, in ogni istante. la domanda elettrica giornaliera ha un andamento a “cammello”: di notte è molto bassa, sale fino a mezzogiorno, scende nel pomeriggio per poi risalire in serata. gli impianti nucleari francesi sono, paradossalmente, l’elemento perturbante di questo sistema. una centrale nucleare non ha una produzione modulabile: quando parte, non si può regolare o spegnere a piacere. per questo di notte la francia si trova nell’esigenza di smaltire l’eccesso di produzione elettronucleare a prezzi bassi a tutti i paesi confinanti (italia, spagna, germania, ecc.). di giorno succede il contrario. la francia acquista elettricità, anche dall’italia, nelle ore di picco dei consumi, pagandola anche il triplo del prezzo medio giornaliero.
questo è il mercato, gestito da una borsa e poche aziende, e questo può portare ad effetti imprevedibili. così è accaduto un sabato notte nel settembre del 2003 quando un imprevisto accaduto in svizzera ha mandato in tilt la rete di distribuzione italiana gettando nel buio un intero paese.
d. si possono confrontare i costi del nucleare con quelli di altre tecnologie elettriche?
r. no. il nucleare economicamente non sta in piedi e nessuno sa con precisione quanto costi perché il ciclo nucleare non è mai stato chiuso in nessun luogo al mondo. bisogna considerare che non si tratta solo di un reattore ma di un’intera filiera fatta di diverse componenti: estrazione della materia prima, produzione del combustibile, produzione elettrica, smaltimento dei rifiuti, smantellamento delle centrale a fine vita; questi ultimi due costi sono tuttora ignoti nella loro totalità.  oggi abbiamo un sistema industriale per cui ogni piccolo imprenditore sul nostro territorio deve smaltire tutti i rifiuti che produce secondo leggi molto rigorose.
ciò non accade invece per una delle più potenti industrie al mondo, quella del nucleare. questo è oggettivamente scandaloso. dopo 50 anni, il ciclo industriale della fissione nucleare rimane ancora aperto in tutto il mondo, accollando sulle spalle delle generazioni future una eredità pesantissima di rifiuti, da tenere sotto controllo per millenni. questo è inaccettabile sia dal punto di vista etico che economico. il nostro governo prevede la realizzazione di 4 epr (reattori di ultima generazione) da 1600 mw utili a coprire il 15% del fabbisogno elettrico e solo il 3% del consumo finale di energia degli italiani, per un costo di impianto di 28 miliardi (7 miliardi a reattore). molti altri miliardi dovranno essere investiti per coprire la filiera: produzione e gestione combustibili, sistema di sicurezza, gestione rifiuti. e questi ultimi dovranno essere coperti in larga parte dalle casse dello stato che, come noto, sono in rosso. di recente tremonti ha parlato di “debito atomico”1 valutando l’impatto economico e sociale del nucleare.
d. esistono oggi soluzioni concrete al problema dei rifiuti radioattivi?
r. non esiste al mondo un deposito definitivo e non sappiamo come fare a smaltire le scorie. gli stati uniti hanno tentato di costruire un immenso deposito sotterraneo perenne nel deserto del nevada, a yucca mountain. dopo aver investito decine di miliardi di dollari, nel 2009 il progetto è stato abbandonato. il rischio economico e di sicurezza per il conferimento dei rifiuti a yucca mountain da centinaia di siti sparsi sull’immenso territorio usa è risultato insostenibile. anche le nostre scorie sono ancora tutte lì a caorso, a saluggia, sul garigliano.
la scala temporale delle gestione del problema è di secoli e millenni. armaroli spiega che gli elementi radioattivi prodotti con l’atomo sono in piccola quantità ma le dosi letali di elementi come il plutonio sono talmente irrisorie (un milionesimo di grammo) che la concentrazione del rischio diventa enorme. le conseguenze sono potenzialmente distruttive per il luogo in cui accade l’incidente ma diventa un rischio anche a livello globale. “la scienza non risolve tutti i problemi, la forza della natura e l’imprevisto sono sempre dietro l’angolo. eventi come quelli del golfo del messico del 2010 e di fukushima hanno messo di nuovo in evidenza che il progresso infinito è una favola. abbiamo messo realizzato delle tecnologie che a volte non siamo più in grado di controllare”.
d. quali sono i criteri di scelta per la localizzazione dei siti idonei ad ospitare una centrale?
r. i siti ventilati in italia non sono mai stati confermati ufficialmente. i criteri di selezione devono comunque rispettare standard universali stabiliti dall’agenzia internazionale per l’energia atomica. in linea generale le aree più idonee devono essere a bassa sismicità, con elevata disponibilità di acqua. nel 2003 in francia, durante la siccità che colpì tutta l’europa, alcune centrali nucleari furono fermate per l’impossibilità di essere raffreddate. inoltre, devono essere siti a bassa densità abitativa. i siti ventilati dal ministero sono gli stessi selezionati nel 1950, e si riferiscono ad un’italia molto meno popolata e molto meno cementificata ed urbanizzata. nel 2011, trovare siti italiani con tutte le caratteristiche idonee è un’impresa quasi titanica.
d. quale è il perimetro di alto rischio?
r. chi sostiene che ormai siamo circondati da centrali localizzate in paesi confinanti, quindi è meglio averle direttamente in casa perché il rischio è identico, dice una sciocchezza colossale. l’arco alpino ci offre un buon cuscinetto di sicurezza. gli incidenti gravi hanno mostrato che l’area critica va da 30 a 50 km. se dovesse succedere un incidente ad una centrale francese  sarebbe una catastrofe in territorio francese, ma non richiederebbe l’evacuazione di torino o di altre città italiane. lo stesso dicasi per trieste, relativamente vicina ad una centrale slovena.
d. esistono rischi per gli abitanti che vivono nelle aree dove sorgono le centrali?
r. l’oms assicura di no, però occorre sottolineare che, dal 1959, essa dipende dall’agenzia internazionale per l’energia atomica in tema di rischio sanitario nucleare. non a caso i suoi rapporti sono stati più volte contestati. c’è poi un recente studio tedesco secondo cui la percentuale di leucemie infantili aumenta con la vicinanza agli impianti nucleari (tra i 5 e i 10 km). le statistiche ufficiali sui morti causati dalle infrastrutture energetiche negli ultimi 100 anni pongono al primo posto gli impianti idroelettrici tuttavia le conseguenze ambientali e sanitarie di questi eventi sul lungo periodo sono piccole. non si può dire lo stesso dei combustibili fossili petrolio, carbone e gas, che causano riscaldamento climatico e inquinamento con danni pesantissimi per la nostra e le future generazioni. gli effetti del ciclo nucleare sull’ambiente e sulla salute sono per loro natura difficilissimi da stimare con precisione. la gravità di un incidente è direttamente legata agli effetti a breve, medio e lungo termine sugli esseri viventi e sull’ambiente, in termini di vittime, malattie, inquinamento, distruzione di ecosistemi. questi effetti possono protrarsi per secoli. in altre parole, contare i morti per il crollo di una diga è semplicissimo, fare valutazioni su incidenti nucleari è estremamente complicato e in parte aleatorio.
d. il nucleare ridurrà la dipendenza dai combustibili fossili?
r. parlare di indipendenza energetica italiana o europea, nell’ambito del sistema energetico tradizionale, è semplicemente disonesto. in europa disponiamo delle tecnologie ma abbiamo quantità irrisorie di fonti energetiche primarie (gas, petrolio, carbone, uranio) e questa è una “maledizione” che non possiamo scrollarci di dosso. le uniche fonti primarie di cui disponiamo in abbondanza sono le fonti rinnovabili (sole, vento, calore della terra, biomasse, maree, ecc.). se vogliamo dare una prospettiva industriale di lungo respiro al nostro paese non abbiamo alternative: dobbiamo puntare tutte le nostre (limitate) risorse umane ed economiche sulle energie rinnovabili. questo è il punto cruciale della transazione energetica, che sarà inevitabilmente lenta e graduale. e’ evidente che non possiamo chiudere tutte le centrali nucleari europee domattina, sono troppe. bisogna impostare un piano di uscita progressiva, come del resto sta già facendo la germania. la locomotiva economica europea ha già capito dove stanno il passato e il futuro dell’energia, è tempo che lo capiscano anche i nostri politici.
D. Quali prospettive per il prossimo futuro?
R. La prospettiva oggettivamente è complessa. Il mondo si va progressivamente elettrificando, la quota elettrica dei consumi finali raddoppierà nei prossimi decenni. Tuttavia una quota di combustibili sarà sempre necessaria, specie per i trasporti. Il prezzo petrolio è tornato a correre, mentre grandi economie emergenti come Cina, India e Brasile consumano una fetta crescente di idrocarburi. L’offerta di petrolio fatica a soddisfare la domanda; le grandi corporations stentano a produrre oggi 88 milioni di barili al giorno e già si stanno chiedendo come faranno ad estrarre i 120 milioni di barili di cui avremo bisogno tra 20 anni, andando avanti di questo passo. Temo che entro i prossimi 30 anni potremmo passare un periodo di forte crisi segnato dalla difficoltà di passare a combustibili alternativi. I biocombustibili attuali, ottenuti dall’agricoltura, non sono infatti una soluzione percorribile a livello globale. Per l’elettricità la situazione è migliore. Già oggi disponiamo di tutte le tecnologie per progettare la transizione.
Qualcosa è cambiato. Il nucleare è il passato
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7 Responses to “Il nucleare non è l’uovo di Colombo (1a parte) – di Stefania Itolli”

  1. Simone ha detto:

    Bello questo articolo/intervista …

  2. Ilaria ha detto:

    complimenti Stefy!

  3. Sabrina ha detto:

    Grazie a Laura e al suo blog. Mentre i media tradizionali latitano la rete è viva e permette una maggiore condivisione di informazioni.

  4. claudio buizza ha detto:

    brava laura, bravissima stefania. abbiamo tutti estremo bisogno di informazione chiara, documetata, di pensieri intelligenti, per contrastare il dilagare delle opinioni, delle impressioni, delle chiacchere fondate sul sentito dire e sul pressapoco. Anche di cosiddetti esperti e di chi si trova talvolta nella posizione di poter influire su decisioni importanti (ministri, pseudo viceministri e simili). Bellissimo servizio, attendiamo la seconda puntata.

  5. Laura Castelletti ha detto:

    a domani allora…

  6. maria ha detto:

    brava Stefania, concordo in tutto e per tutto con Claudio e aspetto la seconda parte.

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