Due temi nella top list ambientale (di Monica Frassoni)

Laura Castelletti, 10 gennaio 2011 » mi piace, Territorio e Natura

durante le vacanze di natale, abbandonata bruxelles per qualche giorno, monica frassoni (co-chair – european green party) è tornata a brescia ed è venuta a farci visita nella sede di brescia per passione. e’ stata l’occasione per una conversazione sull’esperienza da poco conclusa del vertice di  cancun (sedicesima conferenza internazionale sul clima dell’onu) e per strapparle la promessa di scrivere un post per il blog. promessa mantenuta. ecco cosa ci ha inviato:

“l’inizio di un nuovo anno è il momento perfetto per proporsi obiettivi e disegnare le priorità di azione per i prossimi 12 mesi.

per il 2011, almeno due temi sono assolutamente da inserire nella top list. fare in modo che la cop17 a durban in sudafrica sia un successo ed arrivi a finalmente fare piazza pulita di tutti i se e i ma che hanno contraddistinto gli ultimi due anni di negoziati globali sul clima. e dimostrare concretamente che combattere i cambiamenti climatici significa puntare su un nuovo modello di sviluppo meno intenso in risorse ed emissioni e che alla fine questa sarà la strada più efficace per farci uscire dall’attuale crisi economica e sociale. mai come in questo momento è necessario legare la priorità di ridurre in modo sostanziale le emissioni climalteranti con la proposta positiva e possibile di un nuovo modello di sviluppo “verde”, quello che le nazioni unite hanno definito il green new deal.

a un mese esatto dalla conclusione della cop16 a cancun, dunque, non possiamo che dire che il lavoro fatto in messico si rivelerà utile solo ed esclusivamente se durban si concluderà con un accordo vincolane su riduzione delle emissioni sufficienti a limitare il riscaldamento del pianeta entro i 2° nei prossimi decenni e se denaro e tecnologia saranno messi a disposizione per riconvertire l’economia e permettere ai paesi e ai settori più poveri di uscire dalla loro indigenza puntando su nuovi settori di attività economica “ecologica”. e a cancun si sono visti dei chiari segnali che il mondo economico più avanzato è perfettamente cosciente di questa realtà.

c’è chi dice che cancun abbia rappresentato più un salvataggio del processo negoziale dell’onu che del clima. e’ vero, ma è anche vero che senza cornice onu è impossibile coordinare su scala planetaria gli interventi necessari per abbattere le emissioni e contenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi. era probabilmente poco realista aspettarsi un accordo con obiettivi vincolanti già in questa occasione, visto come era andata a copenaghen e viste le premesse: giappone e russia indisponibili a discutere impegni post-kyoto, cina, usa e india in lite sul carattere vincolante degli obiettivi e su come controllarne il rispetto. per il momento possiamo comunque registrare almeno tre fatti positivi. in primo luogo, il meccanismo di finanziamento per i paesi poveri perché conservino le loro foreste, noto come redd+, riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado delle foreste: considerato che la deforestazione è responsabile per il 15-20% delle emissioni non è poco, anche se non è ancora chiaro su quale base questo meccanismo opererà, cioè se paese per paese o progetto per progetto: ovviamente nel secondo caso i controlli saranno più difficili e non si può escludere il rischio di derive.

in secondo luogo, la promessa dell’istituzione di un fondo di aiuti ai paesi poveri per ridurre le emissioni e, soprattutto, per interventi di adattamento ai cambiamenti climatici. i paesi destinatari degli aiuti registrano positivamente il fatto che essi saranno la maggioranza nel comitato per l’istituzione del fondo. non sono state date cifre, anche se i paesi industrializzati hanno confermato gli impegni presi l’anno scorso: 30 miliardi di dollari da qui fino al 2012 (il cosiddetto “fast-track”, cui l’italia si guarda bene dal contribuire nonostante le promesse di berlusconi…) e da lì fino al 2020 100 miliardi di dollari all’anno: ma si tratta di cifre che non figurano nell’accordo di cancun. i fondi dovrebbero essere gestiti dalla banca mondiale: una scelta che non registra l’unanimità dei consensi, soprattutto tra le ong. in terzo luogo, un accordo di massima sul principio che i tagli alle emissioni dei singoli paesi possano essere verificati tramite ispezioni (importante, da questo punto di vista, il cambio di atteggiamento della cina, inizialmente contraria a ciò che vedeva come una limitazione della propria sovranità) e la volontà di creare un comitato che studi come trasferire tecnologie per la riduzione delle emissioni dai paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo o meno avanzati. mancano però, su entrambi i fronti, dettagli su come in concreto debbano avvenire ispezioni e trasferimenti. parzialmente positivo è il fatto che gli impegni volontari presi l’anno scorso dai paesi industrializzati per la riduzione delle emissioni, ma che non rientravano nei documenti ufficiali degli accordi di copenaghen, ora siano nel testo di cancun e che, implicitamente, rappresentino un riconoscimento della validità degli obiettivi fissati dall’ipcc, cioè ridurre le emissioni del 25-40% (rispetto ai livelli del 1990) entro il 2020 nei paesi industrializzati se si vuole contenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi centigradi.

negativo, naturalmente, è il fatto che questi impegni non siano vincolanti, oltre a essere insufficienti per il raggiungimento degli obiettivi fissati dal ipcc: secondo gli esperti con questi impegni unilaterali la temperatura aumenterebbe comunque di 3,2 gradi centigradi. manca, infine, una tempistica chiara su come giungere a un accordo post-kyoto in tempo per la cop 17 l’anno prossimo a durban, la conferenza che tutti considerano come il vero banco di prova della volontà dei paesi, soprattutto dei grandi “emettitori”, di impegnarsi davvero per la salvaguardia non del pianeta, ma della possibilità per la nostra specie di continuare a viverci, soprattutto nelle zone più povere, ma anche nel nostro paese: michel jarraud, il segretario generale dell’organizzazione mondiale dei meteorologi (wmo), a cancun è stato chiaro – il 2010 è stato l’anno più caldo dal 1850 (si pensi all’estate russa con 33 giorni consecutivi con temperature di 7 gradi sopra la media), ed anche se la tendenza al rialzo delle temperature può sembrare meno evidente per via di fluttuazioni caratterizzate da forti piogge e freddo, l’italia è uno dei paesi destinati ad avere estati sempre più bollenti.

E proprio l’Italia appare come un attore particolamente negativo sullo scacchiere climatico globale: il governo italiano é stato più d’ostacolo che d’aiuto nella composizione del pacchetto 20-20-20 della UE nel 2008. E oggi continua a impedire che l’UE fissi l’obiettivo unilaterale del 30% di riduzioni dei gas serra entro il 2020. Ma c’è poco da stupirsi: la politica energetica e ambientale è l’ultima ruota del carro di un governo che ha smesso di governare e lascia mano libera alle sue imprese più energivore e miopi, ENEL e ENI, che stanno inesorabilmente portando l’Italia nel pozzo senza fondo di una politica energetica devastante, che punta sui fossili, dal nucleare al carbone, sottovaluta in modo quasi criminale il potenziale di rinnovabili e risparmio energetico e gioca un ruolo nefasto in Europa, non rispettando i suoi impegni finanziari e bloccando tutti i tentativi di restituire all’UE un ruolo guida nei negoziati globali sul clima. Insomma, cambiare strada in Italia è importante anche per realizzare l’obiettivo del successo a Durban. Cerchiamo di non dimenticarcene nei prossimi mesi…”

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