Cara Laura, ti scrivo di ritorno da una Haiti che…

Laura Castelletti, 6 maggio 2010 » mi piace, pensieri in libertà

cara laura, ti scrivo di ritorno da una haiti che mi è saltata addosso senza darmi il tempo di abbracciarla, forse perchè non puoi abbracciare qualcuno che non riesci a percepire fino in fondo.
questa mia dispercezione penso sia dovuta al susseguirsi frenetico di eventi, situazioni, relazioni cosi continue da non darti il tempo di metabolizzare.
la cattedrale del sacro cuore, sbranata nel cuore di port au prince, mi ha ammutolito: i banchi della chiesa, riuniti ordinatamente nel giardino di frangipane antistante la cattedrale, erano pieni di una gente silenziosa in preghiera davanti ad una facciata inesistente.
tutto è surreale: il mutismo di piazza champ de mars, i soldati blu dell’ onu che mi sorridono, un bimbo di tre anni, troppo solo che mi tira la camicia mentre io guardo in alto, verso il palazzo del governo imploso e accasciato su se stesso senza cadere, ma con la sensazione che dà il gelato sciolto quando cola dal cono. faccio una carezza al bimbo, per dare sicurezza più a me che a lui. non ci sono mamme o nonne che lo guardano, non c’è la famiglia allargata e vigile africana.
c’è un bimbo di tre anni.  solo.
il fenomeno incombente dei “restavec”, figli di donne con dieci bimbi senza padre, venduti come servi in altre famiglie, contribuisce ad ingrandire il tasso di analfabetismo di un paese dove alcuni volonterosi cercano di creare centri culturali, scuole private che non attecchiscono. nel deserto non crescono alberi.
e, paradossalmente, mi viene in mente un detto del burkina faso che un mio paziente burkinabè è solito ricordarmi: “per salire su un albero devi cominciare dal basso”.
qui, però, non sai quale è il basso, non sai se la terra su cui cammini si muoverà ancora. non sai. e basta.
questo: l’ ineluttabile che fa morire la speranza dell’uomo.
ma ci sono donne che camminano con catini di mango profumato, ci sono i “tap-tap”, motocarri colorati di rosso, verde , arancio e disegnati da bombolette piene di creatività, che trasportano folle di gente indaffarata, stravolta, aggrappata al vivere.
ecco, quel che si respira è questo aggrapparsi, infinito, di chi ha mani prensili per non mollare la presa.
le ferite di port au prince sono annose: tre milioni di abitanti senza fognature, la disparità tra una classe medio borghese vessata dai regimi, migrata in fuga all’estero ai tempi di duvalier, rientrata con l’idea di cambiare una situazione che appare, inesorabilmente, immutabile. ville belle, coloniali, abbarbicate, meglio, aggrappate, sulle colline che incoronano la città, con agenti della “security” che vigila su ricchi che non sono ricchi e casette di poveri, costruite senza un piano regolatore perchè albert mangones, grande architetto haitiano, è morto con il suo progetto di dare personalità ad una città che lo ha respinto.
ad un fantasma non puoi creare una personalità.
mi sembra un incubo: le case dei poveri si sono appoggiate una sull’altra in un effetto domino distruttivo agghiacciante.
penso ci siano ancora morti che nessuno, se non l’odore acre di cadavere, potrà ricordare.
il ponte sul fiume, in una moltitudine di gente e rifiuti che impediscono di vedere l’erba delle sponde, sembra il girone infernale di una commedia che di divino non ha nulla, perchè non vi sarà mai un paradiso per questo paese disfatto da tutto.

mi invitano alla prima nazionale della proiezione del film di arnold antonin “chronique d’un catastrophe annoncèe”: presenti il ministro della cultura haitiano, altre autorità, antonin stesso, regista sensibile, operativo da anni anche sugli schermi europei con cortometraggi di forte impatto sociale.
la visione è attesa, l’atmosfera calda, ci ringraziano, in quanto medici che vengono da lontano, per l’aiuto agli haitiani, si fanno fotografie, si beve birra, si ride. si ride e si sorride, ci si abbraccia: una nostra amica infermiera haitiana, paolina, sorella del regista, si aggira commossa a stringere mani di amiche che non vede da anni. paolina è fuggita a roma 40 anni fa e , ora , ritrova compagne di scuola scampate al sisma. il colore della gente è allegro e composto, il profumo di questo salone “en plein air” è di pulito, di fiori non recisi.
comincia la proiezione.
tutto è agghiacciante, sembra che i due minuti di terremoto abbiano la durata dei 30 del corto che stiamo vedendo.
la cultura cambierebbe questo paese, sicuramente.
se vi fosse l’accesso alla cultura che è di pochi eletti.
penso a quanti progetti di sviluppo potremmo fare, con i nostri figli, ad haiti.
i nostri figli… i loro figli… i bambini non accompagnati… le donne senza braccia, senza gambe del nostro ospedale st. c amille a port au prince.
i padri camilliani ci accolgono con entusiasmo: padre gianfranco, dell’ordine di san camillo, fratel luca, padre crescenzo, anita coordinatrice instancabile, daniela volontaria per passione, giovanissima e creativa ,casimiro, chauffeur attento e protettivo con josè, jeremy sempre disponibile, le bravissime infermiere nicole e maxis che hanno imparato ad usare l’ozono ,dopo il nostro training, con competenza ed entusiasmo.
poi le suore camilliane ministre degli infermi, i medici haitiani splendidi e preparati. belle facce piene di sole.
per dare un po’ di sollievo mettiamo in piedi, con la collega alma izzo, amica preziosa e competente, l’ambulatorio di ozono terapia e , tra l’incredulità e la gioia dei pazienti e del personale dell’ospedale , otteniamo sensibili miglioramenti delle piaghe, esito di schiacciamento sotto macerie troppo pesanti.
ti rendi conto del peso delle macerie quando vedi cosa c’è sotto le fasce che rimuovi con fatica, appiccicate, impregnate di morte.
sotto… sotto la piaga … sotto la pesantezza di un muro che ci opprime non solo il corpo, ma anche il cervello.
eliette, una paziente di 35 anni, ha perso mezza schiena sotto un trave portante.
rudy il braccio e la gamba destra. però mi dice di essere stato fortunato. allibita guardo le sue labbra che parlano in un francese forbito, di chi studiava prima del terremoto… fortunato perchè è l’unico della sua famiglia ad essere stato risparmiato…
risparmiare… verbo inusuale da noi.
verbo imperativo qui.
la strada per arrivare all’ ospedale “foyer st. camille” è un disastro di acqua, ramblè, terra di pioggia troppo forte: il genio militare è arrivato e ha riempito le buche in due giorni e in due giorni la pioggia si è ripresa il lavoro dei soldati, troppo esiguo per un’emergenza che non è più, ormai, emergenza.
ormai è la routine di un giorno dopo l’altro, in attesa che torni il sole.

un abbraccio antonella (antonella bertolotti medico chirurgo intermed onlus)

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