Andrea (24 anni) e la sua versione di Craxi

Laura Castelletti, 21 gennaio 2010 » mi piace, politica

Come avevo anticipato ho lasciato ad Andrea il tempo di fare l’esame ma poi, stressandolo un po’, sono riuscita fargli scrivere una pagina d’impressioni, sensazioni e riflessioni scaturite alla presentazione bresciana del documentario di Luca Josi su Bettino Craxi. Ho avuto ragione ad aspettare, ero certa che Andrea non mi avrebbe deluso.

Vi posto il suo pezzo. Buona lettura!

“Premetto che dovrei studiare (e tanto, ancora), ma l’incalzare delle scosse che raddrizzano una schiena faticosamente prostrata sui libri e donano fierezza al mio sguardo non mi permette ulteriori pause di riflessione.

Questa non vuole essere la partecipata recensione di un militante, né – vi confesso – scrivo con l’intento di redimere chi non ha occhi per accettare la realtà e, con essa, la verità; proverò, d’altro canto, a descrivervi la mia personale emozione ed a palesarvi i confini del segno indelebile che ha tracciato nella mia coscienza.

Luca, se lo conosci anche solo di fama, non è persona che passa inosservata. Abbastanza alto, questo è vero, ma è talmente esile da fare quasi tenerezza. L’incontro con lui precedente alla proiezione è fugace, ordinario, una veloce stretta di mano, nulla di più, ma è sufficiente per capire che i suoi occhi raccontano di un uomo che farebbe volentieri a meno di testimoniare in questo modo l’esperienza che più ha segnato la sua vita. Lo fa per onore della verità, non per piacere; lo fa poiché non ha da palesare una sua personale interpretazione, ma perché vuole donare al suo Paese una testimonianza diretta che non ha bisogno di conferme; lo fa perché è giusto farlo, non perché è opportuno farlo, ma – secondo me – in cuor suo non avrebbe voluto, poiché il tempo non ha ancora sopito la discussione pregiudiziale, né tanto meno avviato un processo di riflessione storica.

La sfida di Luca non è stata lanciata a coloro i quali non vogliono liberarsi di taluni pregiudizi, bensì è stata lanciata alla storia e alle persone che sono incaricate di “scriverla” operando nel nostro presente, proprio perché quel passaggio dalla discussione alla riflessione non si è ancora completamente compiuto.

Ad ogni modo, Brescia non è Roma e quindi, dopo poco, il pubblico si tace; Luca prende la parola e inizia con la disamina e la presentazione del documentario diventata ormai celebre in questi giorni di “calderone” mediatico. Recensire le sue parole è inutile specie per chi, come me e come molti di voi, preferisce godere dell’immensità delle rete e andarsi a riascoltare la presentazione originale piuttosto che leggere il “sentito dire” altrui. Mi limito, pertanto, a condividere con voi come ho vissuto personalmente quelle parole e quale analisi mi portano a formulare.

Trovo che la discussione (la quale, mi ripeto, non è riflessione) si articoli su due livelli privi di nodi di interrelazione significativi: da un lato vi è il cosiddetto national mood, dall’altro vi sono gli attori della politica di oggi. Credo onestamente che per quanto concerne il fronte degli attori politici odierni sia quanto mai necessario riflettere sugli interessi che sottostanno ai differenti approcci sulla materia. Pur ammettendo che, come avviene per ogni generalizzazione, anche in questo caso si possono trovare singole eccezioni, mi pare evidente che la discussione di oggi sia fortemente condizionata dalle nostre misere contingenze politiche: il conservatorismo di destra necessita come il pane di radici politiche, mentre il conservatorismo di sinistra è ancora vittima del concetto di “riabilitazione” di krusceviana memoria del quale “godettero” le vittime delle Grandi Purghe staliniste. Lascio a voi riflettere sull’opportunità di consegnare alla destra la memoria di uno dei più grandi leader della sinistra italiana, se invece sia più strategico per la sinistra riappropriarsene o se, infine, sia più ambizioso immaginare un percorso comune di pacificazione politica partendo proprio dalla figura che ha segnato con la sua caduta la fine sostanziale della Prima Repubblica. Quale che sia il percorso scelto, resta ineluttabile la responsabilità ed il dovere di dare un seguito alle parole. Le chiacchiere, come si è soliti dire, stanno a zero! Dubito fortemente che un leader come Bettino Craxi lamentasse la mancanza di fedeli (religiosamente intesi), quanto piuttosto la mancanza di valorosi in grado di perseverare nelle politiche e nelle battaglie che lui, a torto o a ragione, non era più nelle condizioni di combattere.

Viceversa, assai più ardua è la sfida con l’opinione pubblica. Il tempo è galantuomo, è vero, ma nella sua galanteria connota anche un certo grado di cinismo. Ad oggi la sfida contro il tempo è stata perduta perché questi venti anni di delegittimazione nazionale ci consegnano una società che non è onestamente in grado di comprendere i meriti politici di quest’uomo. Mi spiego meglio: Luca, ospite di Gad Lerner per la presentazione televisiva del suo documentario, ha più volte sottolineato come non vi fosse minimamente paragone tra chi seppe scegliere la libertà evitando di protrarsi supinamente al nemico accettando la subalternità sovietica e chi, invece, tale scelta non seppe compierla a tempo debito; tra chi non si preoccupò di quanto sangue ci fosse dietro i rubli che finanziavano la sua attività politica e chi, invece, preferì accettare le regole del gioco senza per questo lasciare morti (quelli veri) sul proprio percorso. Ecco, personalmente ho amici che stimo che comprendono il contesto, che valutano i rispettivi pro e contro, ma non pongono i differenti attori su un piano gerarchico diverso come invece fa Luca e come parimenti faccio io. Paradossalmente è oggi talmente scontata la scelta tra Occidente e Unione Sovietica che quella stessa scelta perde di valore; è talmente scontato – e oserei dire inattuale – il fatto che non vi sia peggior tradimento nei confronti dello Stato di quello che si sostanzia nel ricevere finanziamenti da una potenza nemica, che nemmeno si comprende la differenza tra la tangente per un appalto e i rubli sovietici. Tutto vale uguale: delinquente il primo, delinquente il secondo o, viceversa, bravo uno e bravo l’altro. E ancora: sempre Luca, giustamente, argomenta riguardo la differenza organizzativa tra PCI e PSI, il primo centralista, il secondo correntista. Bene, il concetto è asetticamente comprensibile, ma quante persone hanno chiare le conseguenze che comportò questo differente assetto organizzativo? Penso poche, molto poche. Infine, per essere sintetici, quanti oggi realizzano che la Guerra fredda non è stata una delle tante contrapposizioni del passato, bensì rappresenta il periodo di gestazione della Repubblica che oggi stiamo vivendo? Anche in questo caso penso poche persone e non per colpa loro. Io stesso ricordo perfettamente – per quanto possa essere significativa la mia esperienza – di aver studiacchiato qualcosa riguardo alla Guerra fredda ed al periodo di Tangentopoli durante la scuola media, mentre durante le scuole superiori non ci fu alcun tipo di accenno approfondito. Tutto questo, fra l’altro, è molto curioso perché da un lato non comprendiamo che la politica di oggi dipende ancora da quelle vicende e perseguitiamo a considerare quel periodo come passato remoto, ma dall’altro non effettuiamo riflessioni storiche in merito, anzi abbiamo lasciato molte generazioni con un buco nero al riguardo.

Dico questo perché ritengo che sia impossibile avviare una riflessione pacata anche su Craxi se prima non si riesce tutti insieme a dare una gerarchia (anche valoriale) alle variabili che hanno influito sulla politica in quegli anni. Luca ben fa a rivendicare la verità, ma bisogna creare anzitutto i presupposti affinché possa essere accettata come tale da chi sin d’ora ha visto giustificarsi da ambo gli schieramenti un’altra rappresentazione della verità. La questione aperta resta quella sollevata da Luca quando asserisce che il problema non è scindere tra il politico e l’uomo, bislacca via di fuga che ci porta solo allo scontro, bensì consegnare gli occhiali necessari a coloro i quali vogliono superare la logica del pregiudizio o, meglio ancora, a coloro ai quali questa storia non è stata ancora spiegata.

Craxi fu uomo vero. Emerge chiaro dal documentario come fosse un leader che aveva perso i suoi seguaci, ma che non aveva smesso di essere leader di sé stesso. Tutto questo emerge chiaro perché le immagini girate ad Hammammet non sono riconducibili alle interviste, anche informali, che spesso si concedono in momenti di difficoltà, bensì sono un racconto di vita dove l’aspetto umano (non per questo non politico, si badi bene) si svela passo dopo passo. Chi lo definisce un’agiografia sbaglia perché non riesce a comprendere che è fondamentale conoscere il profilo umano del leader socialista per comprenderne le azioni politiche. Con un po’ di attenzione e di sana oggettività, infatti, si comprende come Craxi fosse un’arma della storia e che, come tale, rappresentasse sostanzialmente un package imperfetto che portava con sé conseguenze tra le più disparate. Impossibile oggi scegliere se fossero di più i pregi o i difetti, i meriti o le colpe, oltremodo inutile, aggiungerei, poiché il problema non è la contabilità di questi paradigmi del tutto opinabili, quanto piuttosto la qualità. Emerge chiaramente dalla proiezione che fosse un uomo al quale non veniva chiesto di volgere verso la perfezione di una condotta politica illibata, quanto piuttosto di compiere ciò che solo lui, all’epoca, poteva compiere e di farlo abbastanza in tempo da non permettere che l’Italia diventasse uno dei possibili “bastoni della vecchiaia” dell’ormai decadente Unione Sovietica.

Craxi lungo tutto il documentario non si giustifica mai, non si tradisce mai, non lascia scampo a chi considera un suo nemico; è un uomo che si sente al sicuro da un punto di vista politologico perché cosciente delle scelte compiute e delle motivazioni che le hanno giustificate, ma turbato nell’animo dall’accanimento ostile e – questo sì – immorale che lo aveva costretto a scegliere tra la vita (meglio declinabile come sopravvivenza) e la morte.

Sicuramente il tratto inedito di questo documentario si sostanzia in questo diverso approccio al racconto del leader socialista: molto umano, molto basilare, privo di ricostruzioni faraoniche, congiunture strane, miti o falsi miti, fenomenologia spiccia o altro. Capire chi fosse Bettino Craxi non significa né scindere l’uomo dal politico, né tanto meno traslarlo da capro espiatorio a mascotte del berlusconismo, quanto piuttosto riuscire a metabolizzare a fondo il messaggio di un leader politico (che non possiamo rassegnarci a considerare come un semplice feticcio del socialismo che fu) attraverso la comprensione di come l’uomo faceva la politica e di come la politica faceva l’uomo.

Grazie a Luca è possibile quantomeno compiere il primo passo in questa direzione, poiché emerge quella gerarchia valoriale che ha condizionato la sua azione rispetto alle variabili politiche di quell’epoca, specie quando da indipendenti sono divenute dipendenti.

Personalmente mi sono sentito turbato nel cogliere l’umanità che ha condizionato la sua politica e l’ideologia che ha parimenti permeato la sua vita umana: è stata una proiezione coinvolgente che però, devo ammettere, non mi ha destato maggiore curiosità rispetto a quella vicenda, bensì a scoperchiato la mia voglia di capire cosa stesse dietro all’esperienza di vita che ha generato questo documentario.

Nonostante tutto, però, l’imparzialità è un dono che né posseggo, né ambisco a maturare, poiché è spesso il dito dietro al quale prova a nascondersi la viltà di quanti non maturano posizioni, ma si accodano alle posizioni altrui. Personalmente ritengo importante interiorizzare la testimonianza di Luca anche per promuovere quella riflessione di cui ho scritto sin d’ora, ma trovo parimenti importante ricordare anche un altro aspetto della vicenda che emerge chiaro e netto dall’insofferenza di Craxi nei confronti dei cugini-nemici comunisti. Per farlo ritengo opportuno citare Antonio Tatò, cattolico comunista, partigiano, giornalista e dirigente sindacale, nonché per quindici anni portavoce, capo dell’ufficio stampa, consigliere e confidente di Enrico Berlinguer (non proprio un socialista autonomista, insomma), il quale così scrive al leader comunista mercoledì 19 luglio 1978: “la condotta di Craxi, soprattutto dall’autunno dell’altr’anno a oggi, permette di fare un’affermazione che sembra banale, ma dalla quale bisogna ricavare tutte le conseguenze necessarie, e fino in fondo. L’anticomunismo e l’antisovietismo antichi, organici, viscerali di quel socialdemocratico di destra con venature fascistiche che risponde al nome di Bettino Craxi, si sono espressi e si esprimono nella lotta “senza esclusione di colpi” contro il compromesso storico e l’eurocomunismo. L’obiettivo centrale è chiarissimo, nel suo ancor confuso e velleitario disegno: è l’obiettivo di impedire che avanzi in Italia e nell’Europa Occidentale l’unica politica che rimane rivoluzionaria, l’unica linea che […] rende efficace e operante la nostra indipendenza di condotta e di giudizio verso l’Urss e il socialismo “finora” realizzato perché è l’unica che può cambiare le cose “qui” e aiutare a cambiare le cose “là”, senza diventare dei provocatori antisovietici e senza rompere con quella realtà che appartiene anche alla nostra storia, che ci ha fatti nascere, che ci ha permesso di esistere. (E lasciami aggiungere, è una semplice parentesi: i paesi socialisti sono superiori ai Paesi con governi socialdemocratici, l’Urss è comunque superiore alla socialdemocrazia. Se non crediamo più a questo, se neghiamo questo significa che facciamo nostro – noi comunisti – il giudizio non solo manicheo, ma reazionario, secondo cui la storia e la realtà sovietica sono state e sono un puro errore, che abbiamo sbagliato a nascere, che dobbiamo “riassorbire” la scissione del 1921 e che l’Urss e il resto sono soltanto mostri)”.

Si, sono stati soltanto mostri, con buona pace di Tatò, Berlinguer e di tutti i condottieri italo-sovietici che si sono man mano auto-riabilitati in questi anni (senza grande purga, ovviamente). In questa citazione, però, non emerge solo l’ottusità della classe dirigente comunista dell’epoca, ma testimonia senza possibilità di equivoco il clima d’odio che è aleggiato attorno a Craxi oltre dieci anni prima di Tangentopoli. Questo sia chiaro: non si può fare la distinzione fra l’uomo ed il politico, ma si può tranquillamente scindere gli aspetti giudiziari o politici di chiunque dalla gogna mediatica e dal clima infame che con tanta parsimonia e cura l’establishment comunista ha alimentato; l’odio non parte da Tangentopoli: l’odio parte da lontano, parte dalla scelta autonomista di Craxi fino ad esplodere con Tangentopoli.

E si badi bene, non parliamo del PCI di Togliatti, parliamo del “comunismo illuminato” di Berlinguer il cui lume, guarda caso, si accendeva solo quando si trattava di pianificare come annientare l’uomo che invece di starsene in un angolo della sinistra, ha cercato di fare ed interpretare la sinistra a prescindere dal comunismo. Ecco, trovo indispensabile ricordare anche questo aspetto; ricordare l’odio che giorno dopo giorno è maturato attorno a Craxi per opera degli oppositori comunisti, odio che – come descrivono meravigliosamente bene le parole di Tatò – non dipendeva dalla corruzione o da qualsivoglia reato connesso a Tangentopoli, bensì dalla scelta politica occidentale e di libertà compiuta da Craxi e dai socialisti.

Come ho scritto poc’anzi, però, il documentario non ha aumentato la “voglia di Craxi”, bensì ha esasperato la curiosità inerente alle vicende di Luca. Come ho avuto modo di appurare attraverso un meraviglioso scritto di Filippo Facci (http://www.macchianera.net/2008/03/01/luca-josi/), Luca non viene citato in nessuna biografia del leader socialista, nel documentario non appare mai, in questi vent’anni e più non ha avuto (né penso cercato) il protagonismo che gli sarebbe sicuramente proprio, ma nonostante tutto è stato un giovane socialista che ha meritato di vivere una delle esperienze più incredibili, pur nella sofferenza, che si possano provare.

Laura un giorno mi scrisse che Luca è magico: io non so cosa lo sia e cosa non lo sia, ma penso di poter asserire senza timori che anche a me ha lasciato quel sapore di incredibile eccezionalità che lo connota non appena apre bocca. La curiosità certo nasce da un innato (e personale) processo di immedesimazione, ma ciò che ancor più condiziona questa mia sensazione è l’interrogativo che mi ossessiona da quando ho incontrato Luca poche settimane fa: ma il Luca Josi politico com’è? Citando Facci, mi domando: com’è possibile portare una bara da soli? Ebbene, rispetto a questo non ho nulla da scrivere o recensire, ma non mancherò di farmi un’idea al riguardo poiché (e non mi sbaglio) sono sicuro che il “ragazzo” ha ancora molto da dare alla politica, a prescindere dal suo attivismo. In fondo, io credo, anche nel 2010 le rivoluzioni (ahimè io amo ancora chiamarle così) o i passaggi epocali avvengono solo quando emerge l’incanto di leader che riescono ad essere tali anche quando non hanno potere.

Concludo con un’altra citazione che spero vi tronchi gli sbadigli dopo la lettura di queste righe disordinate ed incomplete che, credetemi, hanno avuto solo la pretesa di testimoniare come la politica possa ancora scaturire emozioni impagabili.

“Craxi insisteva sulle riforme della società e delle istituzioni; Berlinguer insisteva sulla questione morale. Se i due si fossero compresi, se ciascuno fosse stato capace di ascoltare le ragioni dell’altro, non ci sarebbe stata Tangentopoli e avremmo oggi un Paese più moderno e più stabile” – Luciano Violante.

Purtroppo Berlinguer morì molto prima di Tangentopoli e coloro i quali gli succedettero, Natta prima e Occhetto poi, non furono certo il bue e l’asinello di questo Natale della sinistra italiana ipotizzato da Violante. Detto ciò, questa citazione – che ammetto non essere una perla di filosofia politica – mi lascia quantomeno sperare che, un giorno o l’altro, maturi la sincera convinzione di quanto sia utile capirsi per superare la crisi della sinistra italiana, poiché senza il riscatto della sinistra italiana non può esserci nemmeno il riscatto di Craxi e di ciò che fu in grado di rappresentare. Risorgimentalmente avrebbe perdonato i suoi carnefici, ma non avrebbe perdonato chi ancora oggi persevera nel non capire che la risposta alla sua triste vicenda non è storica, ma politica.”

Andrea Poli


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4 Responses to “Andrea (24 anni) e la sua versione di Craxi”

  1. Lorenzo Cinquepalmi ha detto:

    E’ davvero un bel testo, caro Andrea.
    La comprensione che auspichi nella prospettiva del superamento della crisi della sinistra, è tanto più difficile quanto più diversi sono i percorsi che queste due anime devono fare per incontrarsi. A chi si richiama all’esperienza craxiana si deve chiedere di elaborare gli errori del sistema che ha fatto dell’illiceità la regola nel finanziamento della politica (certo, se vivessimo oggi un sistema radicalmente diverso, sarebbe un percorso meno schizofrenico, ma così non è, mi pare).
    A chi proviene dall’esperienza marxista-leninista, però, si dovrebbe chiedere di rinnegare nella sostanza e nel metodo un apparato di idee e di prassi (queste ultime ancora largamente in uso) che hanno privilegiato la strategia dell’annientamento di qualsiasi sinistra diversa, rispetto al dialogo con i movimenti non organici al PCI/PDS.
    E’ evidente come il secondo percorso sia più lungo e più erto del primo, e questo, chiaramente, non aiuta.
    E tuttavia, l’incontro è necessario, e dovere di chi si riconosce socialista, proprio per rispetto del metodo socialista, è non solo di compiere il proprio percorso, ma fare ogni sforzo perchè sia favorito un favorevole risultato dell’analogo lavoro dei compagni della sinistra già comunista.

  2. Benzo ha detto:

    Bravo Andrea, complimenti per la tua dote “giornalistica”. Mi è piaciuta l’introduzione al documentario di Luca Josi (vista sul post di Laura), mi è piaciuta la tua interpretazione e riflessione conseguente ma, soprattutto, sono contento che tutto questo caos mediatico creato dalla pubblicazione del documentario, sia servito per parlare con più oggettività di quanto successo quando, io e te, eravamo ancora piccoli!!! Intanto ammettendo che tutti i partiti erano coinvolti nel finanziamento illecito mentre sia associa spesso questo episodio al solo Craxi e il PSI che ne pagarono le principali conseguenze. Inoltre si rivaluta con oggettività il lavoro politico fatto da Craxi e il suo governo in soli 4 anni. Ebbene, siamo nel 2010, e senza troppo catastrofismo, farei un piccolo bilancio. A più di 15 anni da tangentopoli, di tangenti si continua a parlare mentre di buona politica, a livello nazionale, ne è rimasta poca… Spero solo che le tue auspicate “rivoluzioni” portino tanta gente come te, come Laura o come Luca a mettere come sempre la faccia e gli ideali per il bene comune, eliminando invece tutta una classe dirigente che, superato indenne il periodo di tangentopoli, è sempre li a quindici anni di distanza, a legiferare su qualcosa che non conosce ma soprattutto di cui non avrà mai la possibilità di vedere gli effetti…

    B.

  3. mafalda gritti ha detto:

    Andrea ha scritto molto e molto bene. Bravo Andrea

  4. Nadia ha detto:

    Come sempre cara Maffy..un intreccio di parole che descrivendo la realtà assumono forme artistiche.

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