La decisione da parte di un artista di incidere un album di cover è spesso legata ad una fase di stasi creativa, salvo album tributo fatti solo per divertimento o per dovere contrattuale. Sono pochi gli artisti che hanno lasciato un segno memorabile con tali incisioni. Posso ricordare l´album
Pin Ups di David Bowie nel lontanissimo 1973 dove però Bowie tributava la musica che, negli anni ´60, aveva portato alla nascita del movimento glam che lo avrebbe visto protagonista in una delle sue tante trasformazioni musicali. Potrei citare album raffazzonati buttati sul mercato dalle case
discografiche all´indomani del cambio di etichetta come l´orribile Dylan uscito anch´esso nel 1973 e mai ripubblicato in cd. Ma, nel caso del nuovo
disco di Peter Gabriel “Scratch My Back” il discorso è radicalmente diverso. Gabriel non è mai stato particolarmente prolifico e dal 1977 a oggi ha pubblicato solo 7 albums oltre alle colonne sonore che però meritano un discorso a parte (Birdy, Passion, Ovo e Long Walk Home) e 2 dischi live . Ma è sempre stato un attento innovatore aperto a nuove sonorità. La sua casa di produzione, nella bellissima campagna di Bath, la Real World, è sempre stata fucina di musiche da ogni parte del mondo. Non si è quasi mai guardato indietro ed anche il capitolo Genesis lo ha raramente riaperto considerandolo una bella esperienza “giovanile”. Gli artisti crescono e quelli più intelligenti e creativi cercano di non essere auto indulgenti . Peter Gabriel si è accorto in tempo che il Rock, inteso come rivoluzione , è morto. Idee nuove sul tema non ce ne sono. Gli anni ´60 e parte dei ´70 hanno lasciato testimonianze che ormai sono storia. Il Rock è diventato la musica classica dei nostri giorni e chissà quando vedremo nascere nuove fusioni di musiche a cui potremo dare un nuovo nome che ci potrà accompagnare per i prossimi decenni come il Rock. Ecco allora che senza essere calligrafico ci parla di se attraverso le parole di altri in uno scambio che vorrebbe essere reciproco. L´idea è , infatti, che parte degli artisti che lui interpreta nel disco, potranno a loro volta incidere un disco di cover dello stesso Gabriel. La scelta delle canzoni dimostra l´attenzione del Nostro alle poche novità della nuova scena musicale , interpretando brani di alcuni fra i migliori musicisti usciti negli ultimi anni: Magnetic Fields, Elbow, Radiohead, Bon Iver, Regina Spektor, Arcade Fire insieme a pezzi di Neil Young, David Bowie, Paul Simon, Randy Newman, Talking Heads e Lou Reed. Il disco prodotto dal suo vecchio amico produttore Bob Ezrin (produsse già nel ´77 il suo primo album solo) e da Tchad Blake (produttore tra gli altri di Tom Waits e Suzanne Vega) con l´importante collaborazione del membro dei Durutti Column John Metcalfe che ha curato gli arrangiamenti orchestrali quasi sinfonici che caratterizzano l´intero album. Non troverete quindi suoni rock nel disco. No chitarre, no batterie, nessun segnale “rumoroso”, solo un tappeto di archi che rende il tutto molto uniforme e dolente. E´ questa la conferma della voglia di rischiare da parte di Gabriel che si conferma grande cantante con una voce sempre profonda e che entra nel cuore. Un disco che suona come colonna sonora di tempi dolenti , si potrebbe parlare di “spleen” se non fosse che Gabriel possiede quella fisicità che riesce a colorare anche cieli plumbei ed imbronciati come quelli del mondo attuale. E´ un difficile gioco di sottrazioni quello fatto dall´Artista sulle canzoni che interpreta. Come tutti i Grandi ha fatto suoi i sentimenti degli Altri e non cerca un compiacimento da parte di chi ascolta. Non è un facile juke box di musiche da ricantare ma , citando Leonard Cohen, forse una nuova pelle per una vecchia cerimonia. La memoria è la protagonista del progetto ma è anche un invito ad andare avanti , cercare nuovi percorsi per non finire nel ripetere all´infinito la solita vecchia canzone. E per un disco di cover direi che è straordinario.Non esiste un pezzo “migliore” perché il disco suona quasi come una sola canzone o meglio, come un´unica sinfonia, dedicata, idealmente, ad un nuovo inizio.
Buon ascolto.



Ho trovato il nuovo album pieno di malinconia e pieno di grigiore gotigo, perchè si sente una tensione verso aperture luminose, ma tutto è permeato da una cappa plumbea. Peccato, da Peter Gabriel mi sarei aspettato qualcosa di più stimolante.
Non capisco cosa intende dire Corrado con grigiore gotico. Trovo che invece il disco abbia mille colori e mille sfumature. Molte sono sfumature tristi, è vero. Altre, come in Mirrorball, sono gioiose ed in un certo senso esplosive. Altre ancora invece tenere, una carezza dolce, come in The boy in the bubble.
Mi sembra un disco molto intimistico e profondo
arrangiato in modo particolare e la voce di Peter è sempre unica e mi riporta sempre indietro nei tempi….
a me è piaciuto…